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Cosa mangio… per nutrire il mio bambino?

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Il latte materno rappresenta il miglior nutrimento da fornire al neonato perché selezionato nel tempo per offrire al piccolo di uomo tutto ciò che gli serve per sopperire al meglio alle sue necessità nutritive, digestive e di protezione.

Tutto ciò si può realizzare perché la composizione del latte di mamma non è, come invece avviene per il latte di mucca del commercio, sempre uguale, ma si modifica nel tempo partendo dal colostro (secreto fino al 5° giorno) al latte di transizione (fino al 10° giorno) al latte maturo. E cosa ancora più stupefacente è che le modificazioni avvengono anche all’interno di una singola poppata, così da contenere alla fine maggiori quantità di certe sostanze (più grassi, alcuni ormoni) che inducono il senso di sazietà nel piccolino e rappresentano perciò un segnale di stop.

Così come nella gravidanza lo stato nutrizionale materno determina lo sviluppo e il benessere del feto, anche durante l’allattamento alcune componenti dell’alimentazione materna modulano la composizione del latte, per renderlo il più adeguato possibile alle necessità del singolo neonato.

La composizione del latte materno è influenzata da diversi fattori quali: la durata della gravidanza, lo stadio dell’allattamento, l’età della mamma e per ultima ma non per importanza la sua dieta.

La neomamma che si prepara ad allattare viene sovente sommersa da consigli di nonne e amiche che però purtroppo derivano spesso da credenze popolari, o da situazioni socioeconomiche, del passato: se da un lato la presenza di questa rete di sostegno può essere per lei utile in un momento così delicato, dall’altro questa marea di indicazioni a volte contrastanti possono generarle tanta confusione sul come gestire la sua alimentazione per dare il meglio al suo piccolino.

Nel determinare le necessità nutrizionali della mamma che nutre il suo piccolo esclusivamente con il suo latte occorre considerare che il periodo dell’allattamento fa seguito alla gravidanza, periodo della vita nel quale si accumula tessuto adiposo che può, e deve, essere utilizzato durante l’allattamento per contribuire in senso di spesa energetica alla produzione di latte. In questo modo, nei sei mesi successivi alla nascita si ha generalmente una perdita di mezzo chilo – un chilo al mese facendo si che la mamma ritorni al normopeso (naturalmente se l’incremento ponderale non è stato superiore a quello consigliabile).

Partendo da questo presupposto dunque la mamma che allatta non ha bisogno di così tante calorie in più, ne bastano appena 500, che si riducono ad appena 300 se la mamma è sovrappeso o obesa (potrà risultare strano ma si può perdere un eccesso di peso pregresso anche durante fasi particolari della vita quali gravidanza e allattamento, l’importante è seguire uno schema alimentare ben pianificato).

Occorre inoltre sfatare il mito della mamma che per allattare deve mangiare tanti formaggi e bere tanto latte. D’accordo che così facendo si assume tanto calcio, ma le calorie e le proteine? E’ stato calcolato che nell’allattamento esclusivo sono necessarie soltanto 17 g in più di proteine, ovvero quelle che ci sono in circa 50 g di parmigiano! Senza dimenticare peraltro che questa indicazione sarebbe valida se realmente tutti noi assumessimo le giuste quantità di proteine: in realtà sin dalla più tenera età, nella nostra alimentazione tipica noi tendiamo ad assumere molte più proteine di quelle che ci servono per vivere bene; e troppe proteine nella dieta causano un aumento della eliminazione renale di calcio. Ovvero, per far meglio, finiamo per fare peggio! Tra l’altro poi, il calcio presente nel latte materno è indipendente dall’assunzione di calcio con la dieta da parte della mamma ma deriva dal riassorbimento osseo materno, dunque il calcio che la mamma assume dalla sua alimentazione non serve direttamente per il latte che produce ma per evitare conseguenze future allo scheletro della mamma stessa.

E i grassi del latte di mamma? Anche questi derivano, almeno in parte, dai depositi di grasso accumulato durante la gravidanza, e in altra quota dalla dieta. Dunque è molto importante che la mamma che allatta abbia un regolare consumo di pesce azzurro perché, in questo modo, fornisce al suo bambino una buona quantità dei tanto importanti omega-3, abbondanti nel latte delle mamme di quelle popolazioni che consumano tanto pesce (gli inuit, o esquimesi); per confronto, si consideri che le donne vegetariane invece, consumando abitualmente semi e olii vegetali, presentano nel loro latte alte concentrazioni di  omega-6, anch’essi importanti per una buona crescita del bambino, ma entrambi i tipi di grassi devono essere presenti nelle giuste proporzioni perché tutto funzioni correttamente.

Evidente allora che anche una dieta vegetariana correttamente pianificata non mette a rischio di carenze né il neonato né la sua mamma. Però bisogna sottolineare il “correttamente pianificata”, che vuole porre l’attenzione sul fatto che molto spesso si confonde la scelta di una alimentazione sana come può essere quella vegetariana con la eliminazione arbitraria di alimenti dalla dieta.

La mamma vegetariana che allatta deve assumere alimenti ricchi sia di calcio che di vit. B12 (quest’ultima contenuta altrimenti solo nei prodotti di origine animale) o in alternativa supplementare la sua alimentazione con integratori alimentari.

E per ciò che concerne un altro consiglio frequente, quello di bere birra “che fa latte” ricordate care mamme che anche la birra contiene alcool, che se assunto un quantità eccessive non fa bene né a voi né al vostro bambino, mentre ciò che è importante in quel consiglio è di bere… ma tanta acqua o, al limite, anche centrifugati di frutta e verdure da coltivazione biologica (così si apportano anche molte vitamine soprattutto del gruppo B e vit. A e C).

E che dire delle lunghe liste di alimenti che darebbero un cattivo sapore al latte? Spesso  costringono le neomamme a rinunciare ed eliminare dalla loro dieta tantissimi alimenti, anche sani, per paura che al bambino non piaccia il latte o che possa stare male. E’ vero che alcuni alimenti possono modificare il sapore del latte ma chi vi dice che al vostro bambino quel sapore non piaccia? Di solito non è nuovo per lui: se voi l’avete mangiato in gravidanza lui/lei lo ha già sperimentato attraverso il liquido amniotico. Anche per il vostro piccolino è valido il motto “de gustibus non est disputandum” e dunque a lui/lei potrà risultare gradito quello che ad un suo coetaneo invece non piace. Ed infine più varia è la dieta della mamma e, quindi, più sapori differenti conosce il piccolo attraverso il latte, più facilmente il piccolo affronterà il divezzamento perché già “esperto conoscitore” dei diversi gusti.

Insomma, la mamma che allatta non deve assolutamente mangiare molto di più, ma deve preoccuparsi piuttosto di mangiare molto meglio, seguendo quelle che sono le indicazioni generali per una corretto stile alimentare e di vita.


Dott.ssa Assunta Martina Caiazzo
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
caiazzo