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Attualità

Bambini intelligenti grazie ad alimentazione, asilo e lettura

Lettura ad alta voce in famiglia

L’intelligenza non è solo un dono di natura. È una dote che si affina nel tempo. Meglio se si inizia a farlo da bambini, quando il cervello è più elastico e pronto a cogliere nuovi stimoli. Un’ulteriore conferma arriva da una ricerca della Steinhardt School of culture, education, and human development della New York University. Recentemente pubblicata da Perspectives on psychological science, la ricerca ha preso in analisi e incrociato i risultati di oltre 70 studi su una questione che dovrebbe essere di grande interesse per genitori, educatori e anche per il mondo della politica: che cosa si può fare – se si può fare qualcosa – per aumentare l’intelligenza di un bambino nei suoi primi cinque anni di vita. Tre i fattori chiave che sono stati individuati. Prima di tutto una buona alimentazione, che deve essere ricca di olio di pesce e di omega 3. Secondo, le attività che possano stimolare la curiosità dei bambini, a partire dalla lettura ad alta voce di favole e racconti. Terzo: la frequentazione di nidi e scuole materne. “Come ogni capacità umana, anche l’intelligenza si può esercitare e in questo hanno un ruolo fondamentale genitori e insegnanti”, dice la pediatra Margherita Caroli, consulente dell’Unione europea, temporary advisor dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonché former president dell’European Childhood Obesity Group.

Dottoressa Caroli, la prima domanda è d’obbligo: intelligenti si nasce o si diventa? Ovvero, l’intelligenza è determinata solo dai geni o anche dall’ambiente in cui si cresce?
“Entrambe le cose, nell’intelligenza c’è una componente genetica e c’è una componente ambientale. Se non fosse così, tutti i figli di scienziati o di musicisti sarebbero scienziati e musicisti. Prima di tutto, però, bisogna chiarire che cosa è l’intelligenza. Non è l’essere colti e non corrisponde neanche al quoziente intellettivo, che misura solo le capacità logico-matematiche. L’intelligenza è piuttosto l’abilità nel risolvere problemi, che non sono semplicemente quelli matematici. È la capacità di superare gli intoppi della vita, di trovare nuove soluzioni, di sapersi adattare al contesto in cui si vive, di sapersi relazionare con gli altri. L’intelligenza, quindi, è una capacità che si può e si deve esercitare. D’altronde, senza bravi genitori e insegnanti che lo stimolino, anche il bambino più intelligente non sarà mai il primo della classe”.

Per potenziare l’intelligenza dei bambini, i ricercatori della New York University consigliano tanto olio di pesce e omega 3. Ma che c’entra l’alimentazione con l’essere svegli?
“L’alimentazione è importante per coprire tutti i bisogni dell’organismo e per crescere bene, non solo ‘in quantità’, ma anche ‘in qualità’. Per questo, nei primi 2-3 anni di vita del bambino, che corrispondono al periodo di maggiore sviluppo del cervello e dei neurotrasmettitori, è bene che ci siano gli omega 3. Ma non solo. Come hanno ampiamente dimostrato gli studi di Riccardo Uauy e Fernando Viteri sugli effetti a lungo termine della malnutrizione, anche la carenza di ferro e proteine può ridurre le abilità cognitiva”.

Se l’intelligenza si può esercitare, è determinante il comportamento che hanno i genitori verso i loro figli. Che cosa possono fare per stimolarli?
“Giocare con loro e leggere ad alta voce, per esempio. Il gioco è il modo migliore di imparare, mentre la lettura apre ad altri mondi: vuol dire viaggiare con la mente, ma non da turisti, con partecipazione e coinvolgimento. E poi bisogna rendere i bambini curiosi di quello che li circonda, stimolarli a conoscere modi diversi di vivere e di pensare. Certo, i bambini vanno protetti, ma non rinchiusi e isolati: se non imparano da soli a salire e scendere dal marciapiedi, poi non sapranno salire la scala della vita”.

Secondo i ricercatori statunitensi, il terzo fattore più importante è l’esperienza formativa pre-scolare. In questo caso cos’è che serve di più, il rapporto con i pari o con le maestre?
“Nell’età pre-scolare i bambini sono più ricettivi. Se stanno a casa hanno modo di imparare solo dai genitori, a scuola hanno più stimoli. Ci sono le maestre, da cui possono apprendere nuove regole e modi di pensare, e ci sono i compagni, ognuno diverso dall’altro. Anzi, io sarei favorevole anche a classi non omogenee per età, perché così aumenterebbero le diversità e le opportunità di confrontarsi”.

Dott.ssa Margherita Caroli
Pediatra
Margherita Caroli