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Attualità

Cibo spazzatura e bambini: i divieti non servono

Patatine fritte e ketchup

Cibo spazzatura è l’espressione che usiamo per parlare degli alimenti che non ci fa bene mangiare. Ma può essere un’etichetta ingiustamente applicata ad alcuni di essi o che invece risparmiamo ad altri. Per capire se abbia senso vietarlo ai bambini e agli adolescenti, è meglio fare chiarezza. “Bisogna evitare una definizione in cui si possa far rientrare di tutto”, avverte il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica della Sapienza Università di Roma, già presidente dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Se pensiamo al cibo spazzatura, vengono in mente fritti, dolciumi, bibite gasate, merendine, gelati confezionati… La lista è completa?
“In realtà è cibo spazzatura tutto quello che fornisce calorie non utili e non necessarie. Ovvero quello che viene mal utilizzato nell’ambito di una alimentazione che per il resto potrebbe essere del tutto normale. Tutto dipende dalla sua composizione e da quanto se ne consuma. Per esempio, a merenda è meglio pane e pomodoro o un frutto o uno yogurt, ma una singola merenda sulle 14 della settimana può anche essere uno snack. Purché scelto con criterio. Anche i succhi di frutta, a mio avviso, sono da considerarsi cibo spazzatura, forse addirittura più di altri, non solo perché in molti c’è aggiunta di zucchero, ma perché non sono affatto necessari a una persona sana. Anche lì le distinzioni sono utili: ‘non sono necessari a una persona sana’, ma possono essere utilissimi nel convalescente da intervento chirurgico, o nel malato con problemi di appetito o difficoltà a deglutire”.

E qual è il modo migliore per limitarne il consumo?
“Vietare non è mai la strategia giusta, ce lo insegna la sociologia. C’è sempre una ricerca del proibito, come dimostra l’aumento del consumo di alcolici negli Stati uniti durante il proibizionismo. Quindi vietare totalmente un alimento non ha molto senso. Si può invece scegliere il – diciamo così – meno peggio fra i prodotti di una stessa tipologia disponibili sul mercato e consentirne un utilizzo moderato e saltuario, nell’ambito di un’alimentazione che per il resto deve rimanere varia e quanto più possibile equilibrata”.

Aiuta il dialogo coi figli?
“Su questo argomento, come su tutto ciò che riguarda la salute dei figli, si può dialogare fino a un certo punto. Non ci si può aspettare che un bambino capisca tutte le logiche che ci sono dietro e che le accetti. Una famiglia non può essere una democrazia su quello che riguarda la salute. Chi ha maggiori responsabilità e maggior senso di responsabilità, ovvero il genitore, deve essere quello che detta la linea”.

E se ci sono diversità di vedute anche fra gli adulti?
“A casa dei nonni possono esserci regole diverse rispetto a quelle dei genitori, purché questo non contrasti con un buono stato di salute dei bambini. Ma fra i genitori serve accordo, perché tutti, ma i bambini in particolare, siamo bravissimi a sfruttare le crepe nei muri. Se il bambino chiede al padre di mangiare una tale merendina perché sa che lui è più permissivo, la strategia corretta è chiedere: ‘Mamma cos’ha detto?’ e mantenere la stessa linea”.

C’è qualche alimento che va comunque escluso o qualche ingrediente da evitare sempre?
“Senz’altro le bevande gasate, dolcificate o no, che non hanno ragione di esistere all’interno di un’alimentazione corretta. Estendendo il discorso agli adulti, bisogna notare che mai nessuno include gli alcolici, e soprattutto i superalcolici, nel cibo spazzatura. Eppure l’alcol è una caloria ‘vuota’. Fra gli ingredienti da tenere sotto controllo, ci sono poi i grassi, ma anche quelli non particolarmente utili possono essere tollerati. Per esempio, il difetto più grande dell’olio di palma (mettendo da parte quello raffinato, i cui sottoprodotti sono molto tossici), come ha indicato la comunità scientifica, è che se ne consumava troppo perché era presente in tanti prodotti usati di continuo. Se lo consumiamo solo una volta alla settimana perché si trova dentro uno snack, non può essere quello il problema, tenuto conto che è un singolo pasto sui 35 che compongono la settimana alimentare. Bisogna poi ricordarsi che la legge ancora non obbliga a inserire i quantitativi precisi di ogni ingrediente, a meno che non si tratti di una caratteristica specifica di quell’alimento, ma prevede che i componenti siano in ordine di quantità decrescente. Dunque, se il primo posto è una farina, il secondo un grasso, il terzo uno zucchero e segue il sale, significa che i primi tre ingredienti occupano il 99,9% dell’alimento, tra l’altro con i grassi che sono sicuramente in percentuale maggiore degli zuccheri, e questa è una cosa di cui tenere conto”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania