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Attualità

Educazione alimentare: i bambini imitano gli adulti

Una famiglia a tavola

Quante volte capita che i bimbi si rifiutino di mangiare un alimento apparentemente senza motivo?In realtà, la causa dei loro capricci potrebbe risiedere nell’atteggiamento dei genitori. Lo dimostra una nuova ricerca dell’Università della California, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, secondo la quale sono proprio gli adulti a dare il cattivo esempio, influenzando negativamente i bambini. Dopo aver osservato un video nel quale due uomini mangiano diversi cibi e si confrontano animatamente tra loro, è stato chiesto ai 32 bambini coinvolti nella ricerca di esprimere un parere su chi dei due avesse ragione. Dai risultati è emerso che i piccoli hanno difficoltà a schierarsi se i pareri degli adulti sono discordanti. “L’apprendimento dei bambini sul cibo è fondamentalmente sociale”, spiega l’autrice principale della ricerca, Zoe Liberman. Da qui il ruolo fondamentale dei genitori. Ne parliamo con il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professor Vania, perché l’esempio dei genitori influisce così tanto sulle scelte dei bambini?
“Perché tutti nella vita impariamo più da quello che vediamo fare, che non da quello che sentiamo dire. Questo vale per tutti gli atti della vita, incluso il mangiare. Di fronte a messaggi contraddittori, il bambino sceglie di seguire ciò che vede e non ciò che sente. Ciò non significa che il bambino non sappia quali alimenti compongono un pasto completo, ma non per forza questo deve corrispondere ai comportamenti che terrà. Perciò se in casa un genitore è particolarmente rigido nell’alimentazione o ha degli stili alimentari incongrui, è molto facile che il figlio o i figli seguano questi stili, anche se il genitore pensa di star insegnando loro abitudini corrette, diverse dalle sue personali. Ad esempio, insistere affinché i bambini facciano colazione, ma uscire di casa bevendo solo un caffè, può facilmente condurre al rifiuto di quel pasto. O ancora, se io dico ad un bambino di mangiare una mela, mentre io non mangio mai frutta, il risultato non può essere che il bambino la mangi volentieri”.

E come mai alcuni bambini fanno i capricci a tavola, rifiutandosi di mangiare cose che pure mangiano in altri contesti, ad esempio a scuola?
“Io ricondurrei questo comportamento alle pratiche alimentari in casa. Spesso i genitori si lamentano del fatto che a scuola il bambino mangia certi alimenti, mentre invece a casa no. Questo può accadere sia perché si è in gruppo, sia perché i leader di una classe o di un tavolo mangiano quella determinata cosa e tutti gli altri li vogliono imitare”.

Qual è quindi il comportamento corretto da mantenere per gestire un rifiuto?
“Sicuramente è importante che i genitori mangino di tutto. Capita invece che un componente della famiglia, e spesso è il padre – per definizione l’individuo alfa, almeno agli occhi del bambino –, continui a rifiutarsi di mangiare determinare cibi. Questo potrebbe andare bene nella coppia adulta, ma non nella coppia genitoriale. L’incapacità delle famiglie di fare una distinzione tra la coppia di coniugi e quella dei genitori è parte del problema. Pensare che, essendo adulti, si possa fare ciò che si desidera, ma che i bambini debbano invece comportarsi differentemente, non può dare buoni risultati. Bisogna sempre ricordare che, in quanto genitori, si hanno degli obblighi ben precisi verso i propri figli”.

Come si possono far accettare alimenti nuovi ai propri figli, in modo tale che la dieta sia il più varia possibile?
“L’unico modo è la riproposizione. Questo è un altro punto debole di molte famiglie. Ragionando da adulti, pensiamo che se una cosa non piace una volta, allora è giusto non mangiarla più, non riprovarla: i bambini hanno però meccanismi differenti. La riproposizione sta alla base dell’accettazione: si stima che un alimento inizialmente non gradito debba essere ripresentato tra le 12 e le 15 volte per ogni tipo di preparazione, perché venga finalmente accettato. Ad esempio, cucinare una volta le zucchine lesse e quella successiva le zucchine grigliate, non corrisponde a due riproposizioni della stessa verdura, trattandosi di due preparazioni diverse, che dunque hanno gusti e consistenze differenti. Solo dopo questa serie infinita di prove, che certo necessitano di altrettanta pazienza, si può davvero concludere che quell’alimento probabilmente – e almeno per ora, perché i gusti cambiano sempre, nella vita! – non farà parte della dieta del bambino”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania