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Attualità

Il bilinguismo

Il bilinguismo

Ho tre nipotini di 5, 7 e 9 anni, figli di italiani, che ormai da cinque anni vivono all’estero e tutte le volte che ho il piacere di incontrarli mi stupisco della facilità con cui parlano indifferentemente italiano e inglese, ai quali da 2 anni hanno affiancato anche lo studio del tedesco. A volte rivolgendosi a noi in italiano intercalano termini inglesi e con un sorrisino tra il compiaciuto e il comprensivo domandano: “sai che vuol dire?”.  Questa loro stupefacente abilità, sostenuta da genitori capaci e attenti, mi ha riportato agli anni in cui si esprimevano giudizi negativi sull’apprendimento della seconda lingua che sembrava confondesse i bambini.

A chiarire i dubbi sul bilinguismo un articolo comparso su una rivista di pediatria di giugno 2017 (Medico e Bambino) a firma di Antonella Provenzano. L’autrice sviscera con molta competenza l’argomento rifacendosi a lavori internazionali che confermano che il bilinguismo non è altro che una grande opportunità per i bambini.

L’argomento è quanto mai di attualità dati i forti flussi migratori verso Italia ma anche dei nostri concittadini verso l’estero, infatti dobbiamo pensare ad ampliare le possibilità che si offriranno in una società sempre più multietnica e senza frontiere.

Come facilmente intuibile dalla esperienza di ognuno, l’autrice sottolinea che gli studi più recenti hanno confermato che gli “effetti del bilinguismo sono vantaggiosi per lo sviluppo cognitivo dei bambini e non solo”, infatti:

  • i bambini sono più capaci di utilizzare varie strategie di apprendimento.
  • i bambini posseggono una maggiore ricchezza del vocabolario e correttezza grammaticale.
  • I bambini hanno maggiori competenze socio-emozionali.

Naturalmente in questo processo di apprendimento vantaggioso esistono due variabili che non vanno trascurate, e cioè l’età del bambino e il livello socio culturale di inserimento.

 

Da 0 a 3 anni: i bambini che sentono parlare simultaneamente due lingue dalla nascita, nonostante a volte possano cominciare a parlare un po’ più tardi rispetto ai monolingui e abbiano l’abitudine di mescolare termini in una o nell’altra lingua, raggiungeranno le stesse competenze linguistiche dei coetanei in epoca successiva.

Tra 3 e 6 anni: in questo caso il confronto con la seconda lingua avviene con l’ingresso nella scuola materna e il bambino può attraversare un periodo di mutismo e osservazione per cui si accorge di non avere gli strumenti adatti ai quali inizialmente sopperisce con parole semplici che gli permettono la comunicazione, a cui seguiranno frasi più fluide.

Dopo i 6 anni: a questa età i bambini conoscono molte più parole rispetto a quelle che utilizzano quindi la difficoltà non è solo nell’esposizione ma anche nella comprensione dello strumento cognitivo che gli permetta di raggiungere il livello desiderato.

 

Fondamentale sembra essere la padronanza dei genitori nei confronti della seconda lingua, essi infonderanno fiducia nei bambini e permetteranno loro di cogliere le differenze d’utilizzo dei termini con più naturalezza. Importante è anche la scolarizzazione dei genitori e quindi la loro correttezza lessicale e grammaticale. Credo però che, ancora più significativo, ai fini dell’inserimento sociale dei bambini sia il valore culturale che i genitori danno alla seconda lingua, mentre sarebbe meglio che in famiglia essi utilizzassero la o le lingue native, unico ambito in cui i piccoli possono apprezzarla e conservarla a pieno in tutte le sue componenti grammaticali e culturali.

Infatti nell’acquisizione della seconda lingua dovrebbe rivestire fondamentale importanza il contesto scolastico, quando favorevole all’inserimento, perché rappresenta la vera differenza nell’apprendimento rapido ed efficace ed assume anche un valore sociale di accettazione per il bambino. Molti piccoli infatti, loro malgrado, si trovano ad affrontare realtà e cultura completamente diverse da quella di origine e la scuola può aiutarli moltissimo in questo percorso, senza dimenticare che l’essere immersi costantemente nella nuova realtà (TV, coetanei, vita comune) farà la differenza.

Il vocabolario dei bambini si arricchisce tanto più quanto più sono esposti alla lettura, all’ascolto, al dialogo, a cantare canzoni e ascoltare storie. Se tutto questo vale nell’acquisizione della propria lingua, come da sempre sosteniamo su queste pagine, a maggior ragione mantiene la stessa valenza nell’apprendimento della seconda.

Si ritiene che lo stesso valore arricchente sia rappresentato dal dialetto, inteso come seconda lingua imparata dai genitori (molti della mia età ne hanno fatto una felice esperienza diretta).

In ultima analisi, molti studi dimostrano un vantaggio nei bilingui rispetto ai monolingui sulla base di test che valutano memoria, attenzione e flessibilità.

Se ce ne fosse stato bisogno questo conferma ulteriormente che ogni bambino ha delle potenzialità enormi, che vanno sfruttate in un periodo della vita in cui imparare è giocare, e attraverso il gioco si impara: questo assicura loro un futuro migliore perché li arricchisce di strumenti utili per affrontare le situazioni della vita.

Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
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