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Latte vaccino: mai prima di un anno

Latte vaccino: mai prima di un anno

Poco ferro e troppe proteine fanno del latte vaccino un alimento non adatto ai lattanti. A indicarlo sono le nuove linee di indirizzo sull’alimentazione infantile del Ministero della Salute, secondo le quali i bambini entro i primi 12 mesi non devono consumare latte di mucca, ma solo quello latte materno. Nel caso in cui questo non sia però possibile, la soluzione ideale è costituita dalle formule per lattanti, in grado di soddisfare un corretto fabbisogno nutrizionale. Finito il divezzamento, il latte vaccino può essere quindi introdotto a partire dal secondo anno di vita in poi, ma sempre con la dovuta cautela: l’obesità e lo sviluppo di problemi renali sono infatti i rischi principali. Per capirne di più e sfatare alcuni falsi miti, abbiamo parlato con il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professor Vania, quali sono le ragioni principali per cui il latte vaccino non andrebbe consumato entro il primo anno di vita?
“Le ragioni sono sostanzialmente tre: primo, l’eccesso proteico. La quantità di proteine nel latte vaccino è molto alta, tre volte in più rispetto a quella del latte materno, e quindi supera il conto totale delle proteine da assumere quotidianamente. La seconda motivazione è data dalla composizione proteica del latte vaccino, che favorisce le microemorragie a livello intestinale, e dunque la possibile perdita di ferro. Questo aggrava la terza condizione sfavorevole all’assunzione di latte vaccino, ovverosia la carenza assoluta di ferro nell’alimento”.

Quali sono gli effetti di un’assunzione eccessiva di proteine da parte di un bambino?
“L’eccesso di proteine può avere due effetti importanti: favorire lo sviluppo di obesità, nel caso in cui l’apporto superi del 15% il fabbisogno totale di energia da proteine della giornata; l’altro è il possibile danno renale, se si supera del 20% la soglia giornaliera. Questo perché il rene del bambino è ancora immaturo, e il sovraccarico di proteine da filtrare rischia di inficiarne il corretto funzionamento”.

Quindi cosa è giusto fare nel caso in cui il bambino non possa assumere il latte della madre?
“L’unica alternativa è il latte formulato e nello specifico per il secondo semestre di vita le formule di tipo 2, anche dette ‘di proseguimento’. Si può trovare sia in polvere che liquido, ed è un latte che riproduce in modo sempre meno progressivo quello materno, mano a mano che ci si allontana dalla nascita. Il più fedele è il latte formulato 1, viene poi il 2 e infine il 3, molto simile in realtà al latte vaccino, ma con poche proteine. C’è da sottolineare un problema relativo a quest’ultima formulazione: contiene in effetti troppi zuccheri, inoltre per coprire il sapore forte del ferro e del grasso Omega 3 DHA, vengono aggiunti aromi naturali, come la vanilina, che lo rendono ancora più dolce. Il rischio è che il bambino si abitui al gusto e si fidelizzi, rifiutando poi altri tipi di latte, e che sviluppi un’eccessiva propensione per il dolce”.

Ma da dove deriva la scorretta abitudine alimentare di dare latte vaccino ai bambini piccoli?
“Purtroppo è spesso avallata dai pediatri, che in molti casi, già intorno ai 7/8 mesi di vita, continuano a consigliare – in maniera spontanea o sollecitati dai genitori – il latte vaccino. Talvolta poi non viene nemmeno utilizzato quello intero, ma quello parzialmente scremato, che introduce un problema ulteriore: ha ancora più proteine di quello intero, ma troppi pochi grassi. Il latte parzialmente scremato ha il solo vantaggio per l’adulto, soprattutto se ne consuma molto, di non apportare una quantità eccessiva di grassi saturi, i più dannosi”.

Quindi quando andrebbe introdotto il latte vaccino?
“Si dovrebbe iniziare con cautela a darlo dopo il primo anno di vita, fino ai due o tre anni. In questa fase, se il bambino riduce le quantità di latte assunto al di sotto dei 250 ml al giorno, allora il latte vaccino intero (e non parzialmente scremato) può essere utilizzato. Se però si superano i 250 ml, non è consigliabile che il bambino lo assuma senza che sia diluito con acqua in proporzione 1:1. Questo per quanto riguarda i valori proteici, ma la povertà di ferro nel latte di mucca rimane sempre un problema, sia nel secondo semestre di vita che negli anni successivi”.

E tutti quei genitori che scelgono vari tipi di latte vegetali?
“Tecnicamente quello di soia, di riso, di mandorla, non è ‘latte’ ma è solo una bevanda. Non c’entrano nulla con il latte sia dal punto di vista scientifico che commerciale, perché non derivano dalla ghiandola mammaria di un mammifero. Queste bevande non sono adatte all’alimentazione per l’infanzia perché riflettono la composizione degli alimenti di partenza, ognuno dei quali ha precise caratteristiche: ad esempio la soia è ricca di proteine ma scarsa di grassi. Se si sceglie di utilizzarle per motivi legati a disturbi del bimbo o per abituarlo a una dieta vegana, è sempre meglio optare per formule a base di soia o riso ma pensate per i lattanti e acquistabili in farmacia”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Prof. Andrea Vania