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Attualità

L’origine della fame emotiva

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La fame emotiva (emotional eating o EE) non è legata alla necessità di nutrirsi ma alla ricerca di conforto, di allontanare la noia, o sorge in risposta a un’emozione. L’origine di questo comportamento risiede nei primi mesi e anni di vita e si evolve ulteriormente in funzione di stimoli esterni e ormonali nella fase adolescenziale.

La fame associata all’EE irrompe velocemente, al contrario dell’appetito fisiologico, ed è percepita come urgente. Tende ad essere stimolata da situazioni specifiche o particolari stati d’animo. Se la fame organica può essere soddisfatta da molti alimenti differenti, quella emotiva ha generalmente dei target specifici, variabili tra una persona a l’altra, ma tendenzialmente fa riferimento a dolci, cioccolata e carboidrati in generale.

L’associazione tra EE e sovrappeso è evidente ed è appunto legata all’assenza di correlazione con una necessità fisica di calorie e nutrienti che conduce pertanto ad eccessi rispetto ai reali fabbisogni dell’organismo. Peraltro la percezione presente nei bambini in sovrappeso, di mangiare senza una reale necessità, soprattutto se in contrasto con le indicazioni genitoriali, conduce al senso di colpa. Non a caso è frequente che l’EE si presenti nell’infanzia e nell’adolescenza anche con modalità nascoste agli adulti. Non è raro che genitori che accompagnano in visita nutrizionale i propri figli per la cura dell’eccesso ponderale raccontino di trovare “tracce” di sgranocchiamenti (carte di merendine o briciole di biscotti nel letto). Il fatto, poi, che non sempre il bambino riesca ad ammettere l’accaduto ci racconta quanto viva questi comportamenti con imbarazzo e in parte anche di come, a volte, in modo ipercontrollante e critico, il genitore approcci la questione.

In verità, per avere un bambino con fame emotiva ci deve essere stato un genitore che ha nutrito in modo emotivo e/o sia egli stesso un emotional eater. La madre “nutrice emotiva” utilizza il cibo come calmante, come consolatore, preferendo alimenti dolci (latte e biscotti, per poi passare a succhi, caramelle, merendine etc.). Non a caso è raro che un emotional eater si soddisfi con un finocchio. Lo stesso comportamento genitoriale di sovralimentare il bambino ha radici emotive: nella necessità di interrompere in qualsiasi modo il nervosismo o le richieste del piccolo che inducono nel genitore stesso uno stato di ansia o disagio. La rabbia o la tristezza sono invece emozioni naturali a cui sarebbe giusto concedere spazio senza sedarle in modo che il bambino possa imparare a gestirle autonomamente. Non va dimenticato infatti che in età successive l’EE può evolvere in disturbi del comportamento alimentare quali il disturbo da fame incontrollata e la bulimia.

Un recente studio svedese ha rilevato come il 65% dei bambini tra gli 8 e i 10 anni sembra manifestare, a diversi livelli, una fame emotiva, con una incidenza correlata con la personalità. Parrebbe infatti che bambini che a 4 anni di età presentano una maggiore tendenza alla rabbia o all’irrequietezza tendono più facilmente a manifestare fame emotiva quando rivalutati ai 6 anni. Difficile, rispetto a questa osservazione, comprendere se sia l’emotività del bambino o il tentativo del genitore ansioso di sedare il bambino attraverso il cibo o ancora l’imitazione dell’emotional eating del genitore stesso a facilitare l’insorgenza successiva di EE. Probabilmente le 3 condizioni coesistono variabilmente in ogni “mangiatore emotivo”.

Dott. Federico Mordenti
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
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