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Mensa scolastica: un universo di luci e ombre

Mensa scolastica: un universo di luci e ombre

Sana, genuina ed equilibrata? Oppure poco attenta a qualità, quantità, igiene e agli aspetti educativi del mangiare? È un universo di luci e ombre quello della mensa scolastiche in Italia. Un universo in cui è difficile generalizzare, perché sono troppe le differenze tra scuola e scuola, anche nella stessa città. Stando a un recente sondaggio, però, è mediamente buono il giudizio che i genitori danno alla mensa scolastica che giornalmente serve i loro figli. Tutto a posto, quindi? Forse. Ma quanto sono davvero consapevoli le mamme e i papà di quanto e di come mangiano i bambini? Ne parliamo con il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica della Sapienza di Roma e presidente dell’ECOG, l’European Childhood Obesity Group.

Professor Vania, qual è lo stato dell’arte delle mense scolastiche in Italia?
“La situazione è variegata sul territorio nazionale, dal momento che ogni Comune decide per conto suo come gestire le mense. In quasi tutti, e in quelli più grandi in particolare, ci sono delle commissioni ad hoc composte da nutrizionisti, dietisti, pediatri, igienisti e medici sportivi, il cui compito è proprio organizzare i menu. Teoricamente, quindi, tutto dovrebbe andare bene, ma nella realtà non è sempre così e ci sono ancora grossi problemi da risolvere”.

Quali?
“Secondo me, ci sono tre errori di fondo. Il primo è di impostazione e ce lo portiamo dietro dagli anni Venti, quando vennero creati i primi refettori: è considerare che le mense scolastiche debbano coprire il 50% del fabbisogno nutrizionale quotidiano dei bambini. Questa è un’impostazione che andava bene in un’epoca in cui la povertà era diffusa e si voleva andare incontro alle esigenze di quei bambini che a casa avrebbero mangiato poco o nulla. Ma oggi, dopo i cambiamenti sociali del secondo dopoguerra e il boom economico degli anni Sessanta, non ha più senso. È vero che molte commissioni hanno ridotto le quantità e che alcune mense scolastiche sono virtuose, ma in tante altre i piatti per i bambini continuano a essere eccessivi”.

Oltre a un’impostazione non al passo coi tempi, che cos’altro non va?
“Il secondo grosso problema è quello dell’equilibrio nutrizionale, che non sempre viene rispettato. Faccio un esempio: in quasi tutti i menu sono previsti piatti con legumi e cereali, come pasta e fagioli o riso con le lenticchie. Sono piatti unici, ma nella consapevolezza che non tutti i bambini li mangiano, si preparano anche dei secondi. Così c’è il bambino che mangia solo il secondo e un altro, invece, che oltre alla pasta e fagioli si prende pure la carne. In questo modo si dimentica che la mensa deve essere un momento educativo, che deve sia stimolare i bambini ad apprezzare nuovi piatti, ma anche insegnare che alcuni piatti sono ‘piatti unici’ e non hanno bisogno di altro. Invece, così facendo si manca anche di far capire ai genitori che quando preparano un pasto con legumi e cereali serve solo un po’ di verdura e della frutta per avere un pasto completo ed equilibrato. Ma c’è un ultimo problema ed è quello della porzionatura”.

Cioè?
“È chiaro che ogni mensa debba preparare i pasti considerando il numero complessivo e l’età media dei bambini. Va bene in linea teorica, ma non nella pratica, perché le porzioni non possono e non devono essere uguali per tutti i bambini, ma andrebbero proporzionate almeno rispetto all’età. Così invece passa il messaggio che tutti possano mangiare le stesse quantità e i bambini acquisiscono un modello che poi vogliono applicare anche a casa, chiedendo lo stesso piatto del papà o del fratello più grande. Tutto questo si eviterebbe se la mensa fosse vista, in primis dagli insegnanti, come un fatto educativo al pari delle ore di lezione. Gli insegnanti dovrebbero non tanto controllare ogni alunno, che è una cosa impossibile, ma quantomeno vigilare che non siano date doppie porzioni, che tra l’altro, per disposizione, non sono neanche consentite”.

Altroconsumo ha condotto un’inchiesta in dieci scuole primarie di cinque città italiane, facendo analizzare i piatti serviti ai bambini. In 15 pietanze su 40 sono stati trovati pesticidi, anche se al di sotto dei limiti di legge, mentre in un caso era presente un antiparassitario vietato dalla Comunità europea. Nessuna traccia di pesticidi solo nelle scuole in cui i menu sono bio. Non sarebbe meglio che le mense servissero almeno frutta e verdura da agricoltura biologica?
“Certo che sarebbe meglio, ma c’è il solito problema di un aumento del costo del servizio, che non tutte le famiglie potrebbero sostenere. Ma è tutto il mondo a essere inquinato e mi preoccuperei di più se questi pesticidi fossero presenti nelle mense degli asili nido, dove, a prescindere dal rispetto dei limiti di legge, vale il principio di precauzione, dal momento che i sistemi metabolici dei bambini più piccoli hanno minori capacità di neutralizzare sostanze tossiche”.

Bisogna però riconoscere che, oltre a offrire un servizio ai genitori che lavorano, le mense sono utili perché portano i bambini a scoprire nuovi sapori. È così?
“Sì, tanto che molto spesso i bambini mangiano a scuola piatti che invece a casa rifiutano. Lo fanno in genere per imitazione, vedendo i loro compagni. Il risultato è che così molti si approcciano a nuovi ingredienti. È vero, però, che a scuola si fa troppo poco verso i bambini fortemente neofobici”.

Secondo uno studio Usa, fotografie di carote e piselli stampate sui vassoi spingono i bambini a mangiare più verdure. Anche l’aspetto può invogliare i più piccoli ad avere un’alimentazione sana?
“Assolutamente, la presentazione dei piatti è importante, a casa come a scuola. E infatti, soprattutto nelle scuole in cui la mensa è gestita internamente, i cuochi fanno del loro meglio per curare non solo la preparazione, ma anche l’aspetto delle pietanze”.

Spesso i genitori sembrano non preoccuparsi fino in fondo di quello che mangiano i loro figli a scuola. Come coinvolgerli?
“I modi sono diversi. Il più semplice sarebbe che ogni scuola organizzasse a inizio anno riunioni con le famiglie per presentare il servizio mensa. Un altro è nominare un rappresentante dei genitori all’interno delle commissioni che stabiliscono i menu. Di certo, i genitori dovrebbero essere al corrente di quello che mangiano a pranzo i figli, anche per evitare che a cena, la sera a casa, ci siano eccessi e sovrapposizioni. Nella mia pratica clinica, invece, vedo che molti ignorano quale sia il menu dei figli, perché non l’hanno mai richiesto, non se ne sono mai preoccupati oppure perché la scuola non gliel’ha mai fornito. Ma le famiglie dovrebbero lavorare in sinergia con la scuola, e viceversa”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Prof. Andrea Vania