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Attualità

Non mangia abbastanza o è solo ansia di mamma e papà?

Madre imbocca figlia

Ma perché non vuoi mangiare? Mangia, se no rimani piccolino. Dai, un boccone per la mamma. Dai, un altro per papà. L’ultimo, l’ultimo, promesso. Con il passaggio dal latte ai cibi solidi, i genitori perdono quelle piccole sicurezze sull’alimentazione del loro figlio e tendono a farsi prendere dalla preoccupazione. Preoccupazione che non mangi mai abbastanza. Che non cresca o cresca troppo poco. “Noi pediatri riceviamo dai genitori davvero tante domande proprio su questo, è un tema sentitissimo”, conferma il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group. “Forse le spiegazioni che diamo non convincono, è bene ripeterle una volta in più”.

Professore, allora, come mai è così diffusa la paura che il proprio figlio non si nutra a sufficienza?
“Perché i genitori credono che il bambino, dal momento che è diventato più grande, debba avere per forza di cose più fame e quindi debba mangiare di più. In realtà, rispetto al primo anno di vita, il bambino cresce in proporzione meno e ha quindi minori necessità, per cui, per almeno tutto il suo secondo anno, non bisogna cambiare granché le quantità. In più, con l’introduzione dell’alimentazione complementare i genitori tendono a non fidarsi più della capacità di autoregolarsi del loro figlio”.

Fino a che età i bambini hanno questa capacità di sapere di quando cibo hanno bisogno?
“Ci sono studi secondo cui la capacità di autoregolarsi dura fino ai 5-6 anni. Sembrerebbe che il bambino si regoli sulla base di 3 elementi: le calorie totali acquisite nella giornata; le proteine totali della giornata; la densità proteica dei singoli pasti, ovvero quanto siano ricchi di proteine. Questi 5-6 anni dovrebbero essere più che sufficienti per mantenere tale capacità nel tempo e far acquisire l’abitudine all’autoregola. Spesso, però, intervengono i genitori, che forzano il bambino a mangiare e gli trasmettono così un messaggio non verbale molto chiaro: tu, bambino, non sai quanto devi mangiare, non devi fidarti del fatto che tu ti senta sazio, ma devi ascoltare chi è più grande di te. Così si fa un doppio torto al bambino: lo si fa mangiare più del necessario e si mina la sua autostima e la sua capacità di regolarsi”.

Ma perché i genitori tendono a pensare che il figlio mangi poco?
“Perché credono erroneamente che stia crescendo meno. Pensano che, come succede nel primo anno, debba continuare a prendere  un chilo ogni mese: ma se fosse così, da adulto quanto dovrebbe pesare? Una tonnellata?”.

Bisognerebbe quindi fidarsi, semplicemente, delle sensazioni del bambino, giusto?
“Sì, ma ci sono una serie di aspetti che tocca ai genitori decidere: quando si mangia; qual è la quantità massima; il divieto a dare alternative e assecondare i rifiuti. Il bambino, a sua volta, deve decidere se mangiare e quanto. Questo implica che se il bambino non finisce un piatto, non bisogna dargli nulla se dopo un’ora dice di aver fame. Solo così può capire che ogni scelta nella vita ha delle conseguenze”.

Però stringe il cuore a rifiutare di dare del cibo al proprio figlio…
“Fare i genitori comporta prendersi delle responsabilità e darsi e dare delle regole. E le regole si insegnano facendole applicare”.

Ma a volte l’inappetenza non può essere legata a piccoli malesseri?
“Certo, capita così anche noi adulti di avere in alcuni giorni più fame e in altri di meno, specie quando siamo alle prese con influenze e gastroenteriti. Perché non dev’essere così anche per il bambino? Essere piccoli non vuol dire essere diversi”.

E come capire se invece l’inappetenza o il rifiuto a mangiare sta diventando qualcosa di serio?
“È giusto preoccuparsi quando il mangiare poco si riflette sulla crescita oppure quando l’inappetenza dura a lungo: in questi casi è necessario l’intervento del pediatra. Ma se il bambino cresce bene, è inutile preoccuparsi”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania