L'impegno di Coop Equipe Medica
×

Attualità

Obesità infantile: come riconoscerla

the size of stomach of children with overweight.

Nonostante l’obesità infantile sia da tempo un’emergenza – in Italia il 20,9% dei bambini è in sovrappeso, stando agli ultimi dati disponibili, quelli dell’indagine OKkio alla salute –, le mamme e i papà tendono ancora a sottostimare i chili di troppo dei loro figli, mettendo così seriamente a rischio la salute dei bambini. I genitori, insomma, faticano a capire se i figli siano in sovrappeso o, addirittura, obesi. A confermarlo ci sono un’indagine di Altroconsumo in Italia e uno studio americano. “C’è un meccanismo psicologico per cui i genitori rifiutano anche le diagnosi più evidenti e negano il problema fino a che non insorgono delle complicanze, che con il tempo possono aggravarsi sempre di più”, conferma il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professor Vania, ma perché i genitori fanno così fatica a vedere che i loro figli sono in sovrappeso?
“Per chiunque si occupi di nutrizione pediatrica è esperienza comune incontrare genitori che, anche di fronte a bambini non in leggero sovrappeso, ma proprio obesi, sostengano che siano solamente un po’ robusti o che abbiano le ‘ossa grossa’. Il motivo? Il più probabile è dovuto a una vera e propria anomalia psichica, la dismorfofobia, ovvero l’avere una visione distorta del proprio corpo o, per procura, del corpo dei propri figli. È una forma di negazione riconducibile, in alcuni casi, alla familiarità: genitori obesi difficilmente riconoscono l’obesità dei loro figli. Ma è un problema diffuso, come ha anche evidenziato l’ultima indagine OKkio alla salute:  tra le madri di bambini in sovrappeso o obesi, il 38% ritiene che il figlio sia normopeso o addirittura sottopeso e solo il 29% pensa che la quantità di cibo assunta sia eccessiva”.

Come è possibile rendere i genitori più consapevoli?
“Dipende, non c’è un modo solo, di sicuro il problema è serio e va affrontato. Se i genitori sono stati seriamente allertati dal pediatra, è più facile che riescano a capire che le cose non stanno come credono. Però succede abbastanza spesso che non ci sia concordanza di pensiero all’interno della famiglia, per cui uno dei due genitori continua a negare la situazione e questo rende più difficile porvi rimedio. Ma capita anche che alcuni genitori non accettino neanche le diagnosi di casi di obesità grave, per cui rifiutino qualsiasi tipo di intervento”.

Quanto è importante il ruolo del pediatra?
“È fondamentale, anche perché il pediatra ha tutti gli strumenti per capire facilmente e tempestivamente se il bambino ha problemi di peso. Non serve infatti che sia un esperto, perché è sufficiente che controlli l’indice di massa corporea: se da un anno compiuto ai 5 anni l’indice sale invece di scendere vuol dire che c’è un problema di obesità. Purtroppo alcuni bambini arrivano ai servizi di nutrizione pediatrica in una condizione di obesità molto avanzata e questo a volte dipende non solo dai loro genitori, ma anche dal pediatra che non ha visto o considerato adeguatamente il problema. Certo, è vero – ed è un peccato che sia così – che spesso il momento in cui il pediatra riesce a convincere il genitore non è quando si accorge dell’insorgere dell’obesità, ma solo di fronte a un’ecografia che mostra una sclerosi epatica nel bambino oppure a esami del sangue con valori alti di colesterolo o di glicemia”.

E che cosa va fatto una volta che si riconosce il problema?
“Il pediatra nutrizionista deve agire per modificare le abitudini alimentari, cercando però di non dare indicazioni troppo rigide e categoriche, che non hanno alcun effetto educativo. Questo si ottiene invece eliminando i cattivi comportamenti un po’ alla volta, abolendo innanzitutto le porzioni sproporzionate rispetto all’età e all’effettivo fabbisogno. Va adottata una strategia dei piccoli passi: è un processo più lungo, ma è solo così che si può aumentare la consapevolezza di tutta la famiglia verso ciò che è bene mangiare”.

Ma che succede se l’obesità infantile viene trascurata?
“Non può che peggiorare. Pensare che il problema possa risolversi da solo, perché magari un fratello o un cugino che erano obesi sono tornati spontaneamente al peso normale, è come comprare casa dopo aver preso un biglietto della lotteria, convinti di vincere: vuol dire fare un’ipoteca negativa sulla salute futura”.

In concreto quali rischi si corrono?
“A breve termine le complicanze possono essere soprattutto fisiche, ad esempio ortopediche: piede piatto, ginocchio valgo, scoliosi. Ma possono verificarsi anche disturbi intestinali, reflusso, disturbi del sonno (che a loro volta peggiorano il sovrappeso). E capita che ci siano – e avviene sempre più precocemente – anche problemi metabolici, come disturbi del controllo glicemico, steatosi epatica, aumento del colesterolo, dei trigliceridi e della pressione. A lungo termine gli effetti sono sulla speranza di vita: l’obeso che rimane tale dopo l’infanzia vive di meno, nell’ordine di una decina di anni in meno”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania