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Attualità

Obesità infantile: “Non è solo colpa del junk food”

Bambino sovrappeso e junk food

“L’obesità è una malattia, che va riconosciuta e non sottovalutata. Non è un semplice problema estetico legato alla sfera emotiva o a come ci vedono gli altri, è qualcosa di ben più grave che va affrontato mettendo in campo tutte le risorse disponibili”. Ne è convinto il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica della Sapienza di Roma e presidente dell’ECOG, l’European Childhood Obesity Group. Secondo gli ultimi dati, in Italia l’obesità colpisce il 10% della popolazione adulta, poco meno di 5 milioni di persone. Il suo costo sociale diretto è di 8,3 miliardi all’anno, pari al 6,7% della spesa pubblica in cure mediche, soprattutto per malattie cardiovascolari e diabete. “Ma a questi si aggiungono altri 22 miliardi di costi indiretti – sottolinea Vania –, che sono legati per esempio alla perdita di giornate di lavoro o alle spese per l’accompagnamento”.

Professor Vania, quali sono le cause della diffusione dell’obesità?
“L’obesità ha una genesi complessa, ma le sue cause sono generalmente riconducibili alla qualità generale dell’ambiente, inteso in senso lato. Un ambiente è obesiogeno in relazione all’alimentazione in famiglia e fuori, agli stili di vita, alla sedentarietà determinata anche dalla diffusione dell’automazione. Tutti prendiamo l’ascensore, usiamo l’automobile anche per fare soltanto trecento metri. Non facciamo le scale a piedi, camminiamo poco e questo dovrebbe portare a una riduzione dei consumi alimentari, ma così non avviene”.

Tra i bambini il problema peggiora: il nostro Paese, infatti, registra il triste primato per la percentuale di sovrappeso e obesità nella fascia d’età tra 6 e 9 anni: quasi il 30%. Percentuale che scende, ma solo leggermente (25%), tra 10 e 13 anni. Perché?
“I bambini a scuola passano tutto il giorno seduti e, nel poco tempo libero che rimane, stanno al pc, giocano ai videogame. Molti hanno anche la tv in camera e così sono anche spinti a guardarla. Inoltre, non tutte le famiglie possono permettersi di iscrivere i propri figli ad attività sportive organizzate e, a volte, queste stesse sono carenti. Trent’anni fa un bambino passava molto tempo in movimento, mentre oggi di certo non lo passa giocando a campana nel cortile sotto casa o tirando quattro calci a un pallone. Insomma, le cause dell’obesità sono molteplici e vanno tutte nella stessa direzione”.

Tra le cause sembra esserci anche una certa disattenzione da parte dei genitori. Secondo una recente ricerca della Columbia University, il 50% delle mamme non vede infatti che il proprio figlio è obeso. Lo considera solo “paffutello”.
“Quella che sia chiama dispercezione, o dismorfofobia nei casi più gravi, è un fenomeno generalizzato, non soltanto statunitense, che abbiamo dimostrato anche noi tanti anni fa. Secondo un altro studio americano, il 10-20% della popolazione sovrappeso si ritiene addirittura sottopeso. Nella mancata percezione delle reali condizioni dei bambini rientra spesso il ‘cuore di mamma’ o la cultura familiare. Inoltre, per fattori genetici e per comuni stili di vita, l’obesità tende a essere presente nelle stesse famiglie, per cui il figlio sovrappeso ai genitori sembra perfino magro e quello obeso sembra normale”.

Come si può riconoscere invece una situazione di sovrappeso, senza perdere oggettività, magari per troppo affetto?
“La famiglia in sé strumenti non ne ha e a volte non aiutano neanche pediatri e medici, quando tendono a rassicurare. Ma sovrappeso e obesità non sono situazioni transitorie e non è sufficiente ridurre merendine e bibite gassate, eliminando il junk food, il cosiddetto cibo spazzatura. Se fosse semplicemente così, lo Stato non si limiterebbe a mettere una tassa sul junk food, lo toglierebbe proprio dal mercato. Quello che serve, invece, è una educazione globale verso stili di vita e alimentari corretti”.

Il rapporto tra madre e bambino rimane comunque fondamentale per combattere l’obesità. Secondo uno studio americano appena pubblicato sulla rivista Pediatrics, i bambini a cui manca l’affetto materno, da adolescenti tendono a diventare obesi. Insomma, sembra esserci una relazione tra emozioni, appetito, consumo di energia e peso. Anche secondo lei è così?
“Assolutamente sì, ci sono legami tra benessere psicofisico e peso. È una nozione comune che le emozioni intense possano avere due effetti: anoressizzante, cioè togliere l’appetito, oppure iperoressizzante, cioè aumentarlo. In ogni caso, che un ambiente sereno in famiglia migliori lo stato di benessere, va un po’ sulla stessa linea del fatto che dormire bene un certo numero di ore aiuti a non ingrassare”.

Che cosa devono fare allora i genitori, una volta riconosciuto il sovrappeso, per aiutare i loro figli?
“Innanzitutto non devono sperare che il problema si risolva da solo o che sia passeggero, che purtroppo è quello che molti pensano. Non è così ed è bene chiarire che un bambino sovrappeso ha forti probabilità di diventare obeso in età adulta. Bisogna invece fare tutto quello che è possibile, seguendo strategie precise che combinano stili di vita, alimentazione e comportamenti familiari. Per questo, così come si va dal cardiologo se si ha un problema di cuore, è bene affidarsi a specialisti. Ed è un lavoro lungo quello che i pediatri nutrizionisti fanno con i bambini e con le loro famiglie”.

 

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Prof. Andrea Vania