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Attualità

OKkio alla salute 2014: serve piano d’intervento nazionale

Tricolore a tavola

Dal 2008 a oggi sono diminuiti in Italia i bambini di 8-9 anni con problemi di peso: quelli in sovrappeso erano il 23,2%, ora sono il 20,9%; gli obesi dal 12% sono scesi al 9,8%. L’allarme, però, non è affatto rientrato: le percentuali restano tra le più alte in Europa, come emerge dall’ultima rilevazione di OKkio alla salute, il sistema di sorveglianza promosso dal Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie del ministero della Salute e coordinato da Angela Spinelli dell’Istituto superiore di sanità. L’indagine, a cui nel 2014 hanno partecipato 48.426 bambini e 50.638 genitori di tutte le regioni, ha messo sotto accusa abitudini alimentari e stili di vita. Gli errori più comuni? Colazioni saltate o sovrabbondanti, merende esagerate, poca frutta e molte bibite gassate, troppa tv e poca attività fisica. “OKkio alla salute ha il grande merito di fotografare la situazione a livello nazionale e di dare a tutti gli operatori le conoscenze e gli strumenti per intervenire su un fenomeno che è una malattia sociale” dice la dottoressa Margherita Caroli, componente del comitato tecnico dell’indagine.

Dottoressa Caroli, anche se è diminuito il numero dei bambini in sovrappeso, l’Italia resta in Europa fanalino di coda. Come mai?
“Perché partivamo da livelli molto alti e i miracoli accadono solo a Lourdes, e nemmeno tutti i giorni. Bisogna però sottolineare come il trend sia al momento positivo: la percentuale dei bambini in sovrappeso e obesi è scesa di quasi 5 punti rispetto alla prima rilevazione del 2008. L’obesità in età pediatrica non è un fattore ineluttabile, ma si può controllare. Ora che abbiamo intrapreso la strada giusta, non resta che impegnarci di più, anche perché non sappiamo se questo miglioramento sia duraturo o passeggero”.

Che servirebbe per ridurre ulteriormente la portata dell’obesità infantile?
“Gli interventi devono essere su scala nazionale, non possono essere a macchia di leopardo oppure demandati ai privati né si possono lasciare sole le famiglie. C’è bisogno di un piano d’azione organico: l’impegno degli operatori c’è già, quello che serve è un maggior impegno economico da parte dello Stato”.

Ma perché le percentuali più alte continuano a registrarsi nel centro e nel sud Italia?
“Perché laddove il livello socioeconomico è più basso, il tasso di obesità è più alto: è così in Italia, è così in Svezia o negli Stati Uniti. Questo vuol dire che bisogna lavorare di più nelle aree a rischio maggiore, quelle in cui la prevalenza è più alta. D’altronde, la vaccinazione contro l’epatite A è iniziata dove l’epatite era endemica”.

La percezione del fenomeno da parte delle famiglie risulta però ancora bassa: solo il 38% delle mamme di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che i loro figli abbiano chili in eccesso, il 29% non pensa che mangino troppo. A chi spetterebbe far aprire loro gli occhi?
“D’altra parte, però, è diminuita di 6 punti, da 48% a 42%, la percentuale di bambini che hanno la tv in camera: questo è un dato importante, perché la tv è un fattore di rischio nello sviluppo dell’obesità dal momento che causa maggiore sedentarietà, sonno più breve e maggiore esposizione ai messaggi pubblicitari. Ma lo ripeto, contro l’obesità infantile sono necessari interventi di largo respiro: è una malattia sociale, non bisogna prendersela con le famiglie”.

Dott.ssa Margherita Caroli
Pediatra
Margherita Caroli