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Attualità

Per il pianto dei neonati ci vuole… “presa”

Neonato che piange

Primo: tenere le braccia del neonato incrociate e strette al suo petto. Secondo: reggerlo saldamente con una mano dal pannolino. Terzo: fargli dondolare il culetto avanti e indietro, tenendo il bambino inclinato in avanti di circa 45°. In tre mosse, ecco spiegato il metodo infallibile per far calmare i bambini, almeno secondo il pediatra americano Robert Hamilton, che ha pubblicato un video popolarissimo su Youtube per spiegare la sua tecnica: “The hold”, ovvero “La presa”. Ma è davvero così semplice interrompere quel pianto che spezza cuore e timpani, rimbomba nella notte e fa vacillare anche le più ferree volontà? E, poi, perché i bambini piangono? Ne parliamo con il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group: “Il pianto è l’unico modo con cui un bambino può esprimere il suo malessere o una sensazione negativa”.

Professor Vania, da che cosa è causato il pianto?
“Da tantissimi motivi e, differentemente da quello che si pensa, l’ultimo è la fame. Più frequentemente, soprattutto quando sono vicini all’ora della poppata precedente, i bambini piangono perché hanno il naso chiuso o un po’ di mal d’orecchio o delle colichette, oppure perché si sono bagnati o hanno voglia del contatto con la mamma”.

A poche settimane o mesi di vita, il pianto può essere dovuto anche a un capriccio?
“No. Nel neonato o nel lattante di pochi mesi non ci può essere il capriccio, perché questo presuppone un atto di volontà, che però non si è ancora formata a questa età. Il pianto ha sempre una causa, se poi noi non siamo in grado di identificarla è un altro conto”.

Se le cause sono diverse, come si può capire qual è quella giusta?
“Ci aiutano alcuni elementi. Per esempio, per il pianto per fame conta abbastanza la distanza dal pasto precedente. Se invece il bambino piange mezz’ora dopo la poppata, a meno che la mamma non abbia latte a sufficienza, la causa di solito è un’altra. Nel lattante da 1 a 3-4 mesi, se piange solo di pomeriggio, di sera o di notte, di frequente si tratta di coliche, che si possono riconoscere per il fatto che il bambino ha la pancia gonfia, stira le gambe e fa con le stesse movimenti convulsi. Ma un bambino non piange sempre nello stesso modo e non esiste una regola fissa: ogni bambino ha il suo linguaggio nel pianto e basta un po’ di tempo – in genere, 10-15 giorni – perché i neogenitori riescano a decifrarlo”.

Come è meglio calmare i bambini? È solo questione di “presa” come mostrato nel video del dottor Robert Hamilton o c’è qualche altro trucco?
“Io non so dire se la ‘presa’ vada bene sempre e con ogni bambino, però in linea teorica potrebbe, perché riproduce la posizione che il feto ha nell’utero: il sentirsi contenuto, abbracciato, al caldo, senza la possibilità di muoversi facilmente, è una situazione che il neonato conosce bene e che lo calma. Ma più di tutto conta l’atteggiamento dei genitori: il bambino si calma se si sente preso e maneggiato con modi sereni, ma decisi. Ovvio, poi, che la causa vada eliminata: se il bambino piange per fame deve mangiare, se perché non respira bene, il nasino va pulito, eccetera”.

Ma piangono di più i maschietti o le femminucce?
“Anche se non c’è una regola certa, c’è una differenza tra i sessi: le bambine sono generalmente molto più resistenti dei bambini di fronte ai fastidi o al dolore, e questo lo si vede sin da quando sono piccolissimi. Poi, ogni bambino è un caso a parte, per cui non andrebbero mai fatti i paragoni, specie tra i bambini nati all’interno della stessa famiglia”.

A volte i bambini sembrano davvero disperati. Quand’è che i genitori devono iniziare a preoccuparsi?
“Se il pianto dura a lungo oppure se si spegne per la stanchezza e l’esaurimento fisico del bambino, questo è sicuramente un segnale d’allarme. Soprattutto di notte, una delle cause più frequenti di pianto inconsolabile è il mal d’orecchio, che può sfociare nell’otite e l’otite può essere pericolosa per i neonati e per i lattanti di pochi mesi. Questo non vuol dire che bisogna correre subito e ogni volta al pronto soccorso, ma che ci vuole quanto meno una visita dal pediatra”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania