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Attualità

Quando il vomito di un bambino serve ad attirare l’attenzione

vomito

Riceviamo numerosissime mail e una delle problematiche che più frequentemente i nostri lettori ci pongono riguarda il rapporto conflittuale che molti bambini, anche piccolissimi, hanno con il cibo. Ogni piccolo lo manifesta a suo modo: c’è chi serra la bocca, chi opera una scelta quasi chirurgica, chi ha piccoli colpetti di tosse e chi accenna conati di vomito, e chi poi, i più bravi, manifesta un vomito franco. Si tratta di un vomito selettivo però, che spesso riguarda solo alcuni cibi e soprattutto alcuni momenti della giornata e magari se imboccati da una precisa persona. Non è un vomito debilitante per i bambini, nessuno si lascia morire. È quel tanto che basta per suscitare il panico generale, per far sentire la mamma una inadeguata ad alimentare suo figlio, la nonna disperata perché non capisce e il babbo impotente perché troppo stanco. È, insomma, quel tanto che basta per sconvolgere una famiglia che tutto si aspetta eccetto che, “con la grazia di Dio che abbiamo a disposizione”, potesse capitarle un guaio simile!

Nonostante il mio tono volutamente scherzoso, si tratta di una situazione piuttosto difficile da gestire per una madre, e per risolvere la quale non disponiamo di soluzioni infallibili da suggerire.

Come reagisce la mamma quando il piccolo si procura il vomito:

  • Lo anticipa? (“Ecco ci siamo! Sempre la stessa storia”) – il piccolo se lo aspetta.
  • È arrabbiata? (“Basta non se ne può più! Non so più che fare con te!”) – il piccolo vuole questo.
  • Mostra comprensione? (“Il mio povero piccino? Che può fare la tua mamma, sono disperata!) – il piccolo è legittimato a reiterare il vomito.
  • È spaventata? (“Attenzione ti può andare di traverso, sputa, sputa tutto!”) – è il massimo dell’attenzione che il bambino può sperare.

Naturalmente con il passare del tempo si osserva un crescendo di reazioni che passa dal sentimento di inadeguatezza a quello di impotenza fino a una vera e propria rabbia/disperazione. E più la voglia di far bene è forte e più il muro su cui si rimbalza sembra irrobustirsi.

È innegabile che il piccolo, che ancora non possiede gli strumenti per esprimersi, vuole comunicare attraverso questo rifiuto un suo disagio, di cui non necessariamente la mamma è consapevole pur essendone parte in causa. Se qualcosa non va è la mamma che deve cambiare registro, il lavoro deve essere incentrato non tanto sul tentativo di eliminare il comportamento patologico (il vomito), ma di inserirne di nuovi adatti alla situazione:

  • È successo qualcosa che ha messo in crisi il bambino? È nato un fratellino? La mamma ha cominciato a lavorare? Sarà opportuno intensificare la quota di attenzioni, nel senso del gioco, del tempo da trascorrere insieme, il piccolo ha bisogno di sentire che non è cambiato nulla tra di voi e questo messaggio difficilmente può essere veicolato dal cibo.
  • Usate in famiglia spesso il cibo come premio (“Se sei bravo ti dò la cioccolata, se mangi tutto dopo ti faccio mangiare il budino”)? Cambiate gratificazioni perché il bambino crede che il cibo possa rappresentare un premio e lo usa contro di voi perché vuole punirvi.
  • Siete costantemente in pena per il fatto che possa vomitare e lo raccontate per avere un po’ di conforto tutte le volte che è possibile (“Non so come fare…”)? Non ne parlate con alcuno in presenza del bambino, questo lo gratifica per il fatto che state parlando costantemente di lui e lo legittima a continuare.
  • Usate spesso l’espressione “sono disperata”? Smorzate i toni, non confermate il bambino nell’idea che è il sistema giusto per avervi tutta per lui.
  • Non riuscite più a finire un pasto senza arrabbiarvi? Spostate il vostro asse di interesse verso qualcos’altro, magari invitando un amico o parente in modo che si parli e si sorrida di altro.
  • Ormai non riuscite a trattenervi a fare una scenata (“Tutte le volte… Sporchi sempre tutto”, “non cucino più nulla”)? Non vi lasciate andare, la casa si può pulire, anzi coinvolgete il piccolo invitandolo a mangiare anche con le mani all’inizio e le posate dopo, e magari inventate delle storie in cui i personaggi sono proprio lì nel piatto, questo creerà una certa complicità tra voi due.

Non esiste una formula precisa, deve essere il vostro amore che trova una via diversa per esprimersi che non sia quella del cibo.

Mangiare prevede delle regole precise che comunque vanno date ai bambini. Non devono pensare all’opzione se mangiare o no, non devono pensare che sia uno strumento di ricatto. Devono viverlo come un momento giocoso da condividere con la famiglia, per cui sono proprio questi bambini quelli che più rapidamente devono essere ammessi alla tavola dei grandi in modo da seguirne le regole e i tempi. Un aiuto in questa opera di distensione dovrebbe venire dal babbo, che spesso è meno coinvolto in questa relazione e potrebbe funzionare da parafulmine per eventuali conflitti tra madre e bambino.

Il cibo non è il problema, almeno per la nostra civiltà, è il significato che ognuno di noi, compresi i bambini, vuole attribuirgli che rischia di renderlo tale.

Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
marina cammisa