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Attualità

Sids: che cos’è la sindrome della morte improvvisa

Bambino che dorme

Le preoccupazioni dei neogenitori non sono mai troppe. E in molti si chiedono quanto sia opportuno accertarsi che i piccoli dormano sogni tranquilli. La rivista americana Pediatrics, in una ricerca di Rachel Y. Moon del Child Health Research Center della University of Virginia, sostiene che i bambini dovrebbero passare la notte in camera con i genitori fino al compimento del primo anno di età. Lo studio suggerisce anche una serie di altri accorgimenti per prevenire la Sids, la cosiddetta sindrome della morte improvvisa infantile. Come ad esempio evitare di far dormire i piccoli su cuscini e altre superfici morbide che potrebbero soffocarli. Per capirne di più abbiamo chiesto il punto di vista del professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professore, parliamo della Sids: di cosa si tratta?
“È difficile dare una spiegazione, in quanto per ora la medicina non ha saputo dare risposte al perché di questa sindrome, di cui si è iniziato a parlare nel 1969. La Sids è definita anche come ‘sindrome della morte in culla’. Si tratta di una morte improvvisa, senza cause e fattori di rischio apparenti. Riguarda il bambino piccolo, grosso modo fino all’età di un anno. Il 90% dei bambini colpiti da questa sindrome ha meno di 6 mesi di vita. Per capire la Sids si potrebbe utilizzare questa metafora: la luce spenta da un interruttore. Essa si presenta senza che nella storia clinica del bambino ci sia stato nulla che lasci presagire l’evento”.

Quindi non esistono dei fattori di rischio precisi?
“Finora, uno dei pochi fattori di rischio identificato è un allungamento di una piccola parte dell’elettrocardiogramma, l’intervallo QT: questo allungamento si chiama ‘sindrome del QT lungo’, che fantasia, vero? Comunque sia, questo fattore è l’unico che per ora è stato messo in correlazione con la sindrome della morte improvvisa, anche nell’adulto. Per questo motivo, per i bambini che devono fare attività sportiva, pur se di natura non agonistica, da qualche anno è necessario, in base a un decreto ministeriale, essersi sottoposti ad almeno un elettrocardiogramma”.

Qual è l’incidenza della malattia?
“Secondo una ricerca del professor Peter J. Schwartz, che moltissimi anni fa si occupò diffusamente della sindrome da morte improvvisa infantile, in Italia l’incidenza è di 0,7 per 1000 nati vivi. Una casistica che non è poi così bassa, se si considera che parliamo di 7 casi ogni 10.000 bambini. Ma questi sono dati non aggiornati, perché risalgono a studi condotti tra il 1976 e il 1994; purtroppo non esistono aggiornamenti del dato, almeno in Italia”.

I pediatri americani consigliano di tenere d’occhio la posizione del bambino durante il sonno per evitare il soffocamento. Cosa ne pensa?
“In realtà la sindrome della morte improvvisa non c’entra con un disturbo della respirazione durante il sonno né con un’asfissia causata da un qualche fattore esterno. Il fatto che ci siano diversi casi in cui il fenomeno si presenta quando i bambini dormono è del tutto casuale. Queste precauzioni potrebbero quindi anche avere un senso, ma in maniera abbastanza relativa. Il bambino, infatti, normalmente è in grado di operare da solo, fin da piccolissimo, alcuni accorgimenti che impediscono il soffocamento”.

C’è quindi il rischio di alimentare ossessioni inutili nei neogenitori?
“Penso che questi siano consigli dati da chi non è genitore o da chi non ha mai avuto davvero a che fare con i bambini. Il genitore può avere il controllo sulla posizione da far assumere al bambino nel momento in cui lo mette nella culla, ma è intuitivo che ognuno di noi durante il sonno si muove e cambia di continuo posizione. Senza contare che tutti noi abbiamo una posizione a letto che riteniamo più comoda e lo stesso vale per i piccolissimi. Provateci, a mettere un lattantino in una posizione prestabilita, e ditemi se riuscite a fargliela mantenere tutta la notte!”.

Secondo la ricerca americana i neonati dovrebbero dormire in camera dei genitori fino a un anno di vita. Lei è d’accordo?
“Non completamente, no. Di sicuro, anche facendolo dormire nella stessa camera, non si eviterà la Sids, se questa è destinata ad avvenire. Inoltre, e questo vale sempre, bisogna evitare di far dormire il bambino nello stesso letto degli adulti, ma anche solo dormire nello stesso ambiente può presentare altre insidie. Ad esempio, ci possono essere problemi legati al danno da fumo cosiddetto di terza mano, cioè al danno provocato respirando in un ambiente sulle cui superfici si sono depositati residui di fumo (tappezzeria, vestiti, tende, ecc.). E chiaramente in questo caso il problema persiste anche se i genitori non fumano direttamente in camera”.

Per quanti accorgimenti si possano adottare, la sindrome resta inspiegabile?
“Posso raccontare l’aneddoto di un mio piccolo paziente morto di Sids. Aveva circa 20 giorni di vita ed era ricoverato per un leggero ittero. Pur non avendone affatto bisogno, si trovava per puro caso in un reparto di terapia intensiva e quindi era completamente controllato da sensori e apparecchiature. È stato colto dalla sindrome della morte improvvisa e non c’è stato niente da fare. Il neonato è stato seguito da uno dei più preparati rianimatori di Roma, che ha provato di tutto per aiutarlo: dall’ossigeno ai massaggi cardiaci, fino anche alle iniezioni intracardiache di adrenalina. Il rianimatore è rimasto scioccato tanto quanto i genitori del piccolo, perché si trattava di un bambino perfettamente sano”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania