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Malattie infantili

Disappetenza transitoria

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Appetito deriva dal termine “appetire”, che significa “sentire desiderio di qualcosa”, ed è strettamente connesso al termine “appetenza”, ovvero buona disposizione a mangiare che dunque, a differenza della fame, è caratterizzata dal piacere di mangiare.

Il bambino disappetente, infatti, perde transitoriamente questo piacere e rifiuta il cibo che gli viene offerto. La situazione tipica in cui ciò si verifica è la malattia, in tutte le sue fasi, cioè l’incubazione, la fase acuta e la convalescenza, durante le quali il bambino mostra di solito un evidente disinteresse per il cibo.

L’inappetenza in corso di malattia è una condizione fisiologica che tutti sperimentano, anche gli adulti, e che è legata ad un meccanismo di difesa per cui l’organismo mette a riposo l’apparato digerente a favore della risposta immunitaria. Inoltre la resistenza al digiuno è diversa fra la specie, per cui se gli esseri umani (compresi i bambini) possono resistere qualche giorno senza mangiare, ciò non è vero per virus e batteri che hanno un bisogno continuo di nutrienti. Il digiuno della malattia riduce la presenza di nutrienti nel sangue e pertanto “affama” gli agenti infettivi, ma non il bambino.

Il rifiuto del bambino di mangiare suscita però sempre, nel genitore e nei parenti tutti, una intensa preoccupazione che non tiene conto della situazione del bambino per il quale si è disposti anche ad accettare la malattia, ma non il fatto che non mangi. Frequenti sono le domande che i pediatri ricevono su questo argomento e che affollano il nostro sito.

La riduzione dell’alimentazione del bambino per alcuni giorni non deve preoccupare la famiglia. L’organismo riesce a gestire le sue risorse a favore della risoluzione della malattia naturalmente e gradualmente, riacquistando le performance precedenti.

Forzare il bambino ad alimentarsi comporta un duplice rischio:

1. sottoporre il bambino ad uno stress alimentare che il suo organismo non richiede;

2. correre il rischio di allontanarlo ancora di più dal cibo.

Infatti per ciò che riguarda quest’ultimo punto, non ci stancheremo mai di ripeterlo, i bambini percepiscono le ansie degli adulti. Queste piccole, adorabili volpi capiscono al volo le preoccupazioni dei genitori e a volte possono volontariamente, anche se non consapevolmente, allungare questo disinteresse per il cibo per conservare un’arma ricattatoria nei loro confronti. Non a caso questo lungo periodo di disappetenza è tipico delle società agiate ed invece non è affatto presente nelle aree povere dove mangiare è un lusso.

Questo “panico” da mancanza di cibo è ancora più ingiustificato in quei bambini che, in corso di malattia, pur non introducendo alimenti solidi, bevono latte e/o yogurt. Siamo abituati a pensare al latte come ad una bevanda, mentre, in realtà, è un vero e proprio alimento completo, ricco di acqua, proteine, grassi e carboidrati che, per alcuni giorni, può tranquillamente sostituire i cibi solidi.

Ciò che è invece veramente importante, soprattutto quando la malattia si accompagna ad uno stato febbrile o vomito e diarrea, e tanto più quanto più piccolo è il bambino, è l’introduzione di liquidi e zuccheri: acqua, latte, spremute, frullati o soluzioni reidratanti non devono mancare. Infatti, i bambini sono più soggetti ad una rapida disidratazione rispetto agli adulti e ciò va prevenuto mantenendo una costante, anche se minima, introduzione di liquidi (idratazione “al cucchiaino o goccia a goccia” come mi piace chiamarla). Ciò che si chiede ai genitori, anche in questo caso, è la fantasia di inventarsi nuovi modi per invogliare i più piccoli a bere: cucchiaino, bottiglietta, cannuccia e poi… racconti, canzoncine, giochi e coccole per levare ai giorni della malattia transitoria gli aspetti ansiogeni, e rivestirli di quanta più serenità sia possibile.

Lasciamo che i bambini “sperimentino” una disappetenza transitoria, non li angosciamo con problemi inesistenti, che dipendono soprattutto dall’incapacità che abbiamo noi adulti di controllare le nostre paure. Ciò gioverà a noi, perché ci permetterà di essere più obbiettivi nel riconoscere un caso grave, e ai bambini che riprenderanno la loro esperienza alimentare senza influenze e cambiamenti negativi.

Una parola meritano i così detti ricostituenti per bambini, tanto in voga soprattutto dopo una malattia. E’ evidente che si tratta di palliativi senza nessuna evidenza scientifica, che hanno un grande vantaggio: dare ai genitori la sensazione di “fare qualcosa” mentre passa qualche giorno e la situazione torna spontaneamente alla normalità, comprese le abitudini alimentari e la riacquistata appetenza per i cibi.

Lasciamo che la natura faccia il suo corso, assistendola però amorevolmente!

 

Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
marina cammisa