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Malattie infantili

Intolleranze alimentari: la celiachia

bimbo-pasta

Mai come in questi ultimi anni si parla tanto di intolleranze alimentari e gran parte della popolazione italiana, a torto o a ragione, è convinta di averne una, o che qualcuno della sua famiglia possa averne una che giustifichi tutta una serie di sintomi che vanno da dolori addominali ricorrenti e pancia gonfia alla presenza di obesità e sovrappeso. Le intolleranze alimentari, che sono cosa diversa dalle allergie, sono l’insieme di reazioni che un organismo oppone ad un agente o una sostanza che considera estranea. La celiachia è un tipo ancora diverso di intolleranza: è infatti una intolleranza permanente al glutine, sostanza presente nel frumento, nell’orzo e nella segale, che colpisce soggetti geneticamente predisposti. Il termine celiachia deriva dal greco kiliakos e fu utilizzato addirittura già nel I sec. a.C. dal grande medico latino Celso per definire gravi malattie intestinali con diarrea non trattabile, si era però in quel periodo storico ben lungi dal capire che la causa era l’ingestione di glutine e il trattamento l’eliminazione di quest’ultimo dalla dieta; a questo arrivò più di 2000 anni dopo un pediatra olandese, W.M. Dicke, osservando che durante la seconda guerra mondiale la scarsa o nulla reperibilità e assunzione di cereali aveva portato effetti benefici su alcuni bambini che presentavano sintomi gastrointestinali e che la sintomatologia si riacutizzò quando gli americani riportarono sulla loro tavola il pane.

La malattia celiaca si manifesta qualche mese dopo il momento in cui vengono introdotti nella dieta del bambino cereali che contengono glutine; bisogna però considerare che oltre la forma classica, più facile da diagnosticare perché si manifesta con diarrea, vomito, anoressia, arresto o riduzione della crescita, dolori addominali, vi sono forme atipiche che si manifestano con diversi sintomi non intestinali come ad esempio anemia da carenza di ferro, e forme silenti che rappresentano la parte sommersa, e maggiore, del cosiddetto ”iceberg della celiachia”: queste forme, in particolare, vengono diagnosticate solo casualmente, in corso di screening che faccia effettuare il pediatra, oppure in occasioni di campagne di screening di massa.

Va ricordato che questa forma di intolleranza alimentare, presente ovviamente di più in quelle popolazioni che consumano abitualmente frumento, in Italia ha una frequenza molto alta, circa l’1% della popolazione ne è interessato.

L’unica terapia possibile, al momento, è l’esclusione totale del glutine dalla dieta. Se da un lato questo determina la guarigione completa del bambino o adulto con celiachia, la dieta senza glutine causa reazioni differenti nella famiglia e nel paziente, ma le reazioni dipendono anche molto dall’utilizzo che si fa nella dieta abituale del frumento e degli altri cereali contenenti glutine: ad esempio nel Nord-Europa, dove il frumento è utilizzato in poche preparazioni, i pazienti con celiachia non risentono molto di questa limitazione; invece la situazione è molto diversa per quei pazienti che vivono in un Paese come l’Italia, dove il pane, la pasta, la pizza sono consumati abitualmente.

Qui l’eliminazione forzata dei derivati del frumento finisce per essere non solo un problema medico ma anche di cultura alimentare e di costume sociale (pensiamo all’adolescente italiano che abitualmente si ritrova in pizzeria o in paninoteca coi coetanei). Essere costretto ad una dieta che esclude un alimento così importante per la nostra cultura può essere vissuto dall’adolescente come estraneità dal gruppo di appartenenza, determinando in lui ansia, per la paura di non riuscire ad esserne parte o di venirne allontanato. Stessa ansia e paura la si ritrova nei genitori, alla diagnosi, perché l’attenzione è incentrata su cosa si deve eliminare dalla dieta, invece di soffermarsi su quante cose, del tutto naturali e già presenti abitualmente nella nostra cucina, il bambino celiaco, così come tutta la sua famiglia, possono tranquillamente consumare insieme.

E’ vero che vanno eliminati dalla dieta frumento, orzo, segale, farro, kamut, triticale e avena (quest’ultima peraltro solo per l’elevato rischio di contaminazioni da glutine, poiché in sé non ne contiene), ma vi sono cereali e tuberi naturalmente privi di glutine (riso, mais, patate, grano saraceno, tapioca, miglio, manioca, sorgo, quinoa, riso indiano) con i quali si possono preparare pasti appetitosi per tutta la famiglia, e senza andare tanto lontano dalla nostra cultura pensiamo a quante ricette con il riso, le patate o la polenta sono già presenti abitualmente nella tradizione culinaria praticamente di tutte le nostre regioni. E poi il bambino celiaco può consumare tranquillamente frutta e verdure di stagione, carne, uova, pesce, legumi e formaggi.

Insomma, la celiachia rappresenta più un problema per gli aspetti culturali dell’alimentazione che per la pratica: in fondo, noi non mangiamo l’erba del prato perché non siamo in grado di digerirne la cellulosa, ma non per questo ci sentiamo sminuiti rispetto alle mucche o alle pecore!

E’ importante infine che in ogni caso anche il bambino con celiachia, come tutti gli altri bambini, segua una dieta sana ed equilibrata ed abbia uno stile di vita attivo, perché vi sono anche celiaci, al contrario di quello che si pensa, obesi alla diagnosi o che diventano obesi durante la dieta senza glutine perché compensano l’assenza del glutine dalla dieta con uno smodato consumo di alimenti del commercio, privi sì di glutine, ma in molti casi troppo ricchi di grassi e calorie.

Dott. Assunta Martina Caiazzo, medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione.

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