L'impegno di Coop Equipe Medica
×

Stili di vita

Il neonato piange? Ecco gli 8 motivi

Un neonato piange

Da sempre i genitori sperimentano frustrazione e ansia per l’apparentemente immotivato e inconsolabile pianto dei propri figli, in particolare, nei loro primi mesi di vita. In effetti, il pianto del neonato o del lattante è la semplice risposta a certi stimoli, come il dolore addominale, la fame o anche solo un piccolo disagio.

Il pianto, variabilmente presente un po’ in tutti i cuccioli di mammifero, è un riflesso evoluzionisticamente fondamentale perché il nuovo nato si garantisca, da parte dell’adulto, tutte le attenzioni necessarie per il proprio accrescimento. Tanto più pungente e “intollerabile” è il richiamo, tanto più questo risulta efficace.

Partendo dal presupposto che il genitore debba accettare che il bambino talvolta pianga anche per nulla, ecco un elenco delle ragioni che più frequentemente inducono il pianto:

 

  1. dolore causato dalla digestione (maggiore se mangiano in eccesso o troppo in fretta, come può accadere con biberon)
  2. coliche gassose (in particolare tra le 2 e le 12 settimane di vita), tipiche delle ore serali e riconosciute ormai come una fase normale di sviluppo in alcuni bambini
  3. fastidi per il pannolino bagnato, una posizione scomoda o le coperte troppo strette
  4. caldo o freddo eccessivi
  5. troppo rumore, luce o attività intorno al bambino
  6. stati contingenti di malessere, febbre, mal di gola, eccetera
  7. voglia di coccole o di sentire l’odore o il battito cardiaco della madre
  8. fame: i neonati mangiano notte e giorno anche ogni 2-3 ore

Prima quindi di cercare di consolarlo o di allattarlo (il neonato non piange solo per fame!) cercate sempre di identificare quale possa essere la causa di un pianto prolungato. Se, esclusa ogni causa ragionevole, il bambino continua a piangere in modo inconsueto ed eccessivo, fate sempre riferimento al pediatra: il pianto potrebbe essere infatti causato dal reflusso gastro-esofageo.

Non mi dilungherò invece sui vari metodi per calmare il pianto: ogni genitore evolve i propri, o meglio, è ogni piccolo a far capire ciò che preferisce. La mia primogenita, per esempio, si calmava solo ascoltando una canzone country-pop.

Importante è, però, dire che per confortare un bambino è fondamentale essere calmi e riposati: una madre esausta ha infatti maggiori difficoltà a prendersi cura del proprio figlio. Approfittate allora dell’aiuto di parenti, amici o babysitter per recuperare le energie. Ciò vi consentirà di riprendere con più efficacia l’impegnativo ruolo di genitore, con grande vantaggio per il piccolo (ogni senso di colpa è assolutamente fuori luogo).

La manifestazione clinica più intensa del pianto sono le suddette coliche gassose che si manifestano in 2-5 bambini su 10 e vengono descritte, secondo la “regola del 3” coniata negli anni 50 dal dottor Morris Wessel, come un pianto disperato e inspiegabile che si presenta per più di 3 ore al giorno, almeno 3 volte la settimana e per 3 settimane o più. In effetti, sorprende quanto molti genitori attribuiscano le “colichette” al proprio lattante senza che venga neanche lontanamente soddisfatta la definizione di Wessel, ma ciò conferma quanto disagio procuri il lamento di un figlio, particolarmente a un genitore alle prime armi.

In questo senso è molto importante preparare il genitore alle cause (e ai rimedi) del pianto del neonato, in modo tale da contenere la fisiologica ansia e nervosismo derivanti da un piccolo inconsolabile. La consapevolezza potrebbe infatti aiutare una gestione equilibrata ed anche ridurre, attraverso un buon lavoro d’informazione e di monitoraggio, l’estrema manifestazione dell’esaurimento psichico di un genitore, la terribile Sindrome del bambino scosso (Shaken baby syndrome – Sbs), conseguente, appunto, al maltrattamento di un bimbo. Lo scuotere fortemente il piccolo, con la folle idea che ciò possa calmarlo, gli provoca una rotazione involontaria ripetuta della testa con conseguente compromissione cerebrale ed esiti neurologici molto gravi, finanche la morte (20%).

Al di là quindi di questi estremi drammatici, comunque non così rari (spaventa che questo possa avvenire annualmente a un numero di bambini compreso tra i 21 e i 74 ogni 100.000), è importante che ogni genitore comprenda che il pianto fa parte del normale sviluppo del sistema nervoso centrale e che man mano il bambino evolve e differenzia le modalità di pianto a seconda della necessità. Dopo i 2 mesi di vita (secondo alcuni molto prima) non rappresenta più solo un ancestrale richiamo di attenzione, quanto uno strumento comunicativo finalistico. Abbiate pertanto pazienza, seguite il vostro bambino con amore e serenità, e accettate l’aiuto di chi vi sta intorno come un atto di responsabilità e consapevolezza.

Dott. Federico Mordenti
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
mordenti_s