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La merenda a scuola: c’è bisogno di mamme attive

Merenda a scuola

“Mamma, perché non posso portare le patatine a scuola ed i miei amici invece sì?”. E poi, un altro giorno: “Mamma, perché non posso portare anche le cioccolate a scuola ed invece i miei amici sì?”. Le domande sulla merenda a scuola si ripetevano incessanti, lasciandomi giusto qualche breve pausa che mi illudeva di aver convinto mia figlia di 8 anni, che quel tipo di merendine non andavano bene per lo spuntino di mezza mattina. Era evidente che le mie parole non corrispondevano al comportamento permesso a scuola dalle maestre, che, come sappiamo, spesso rappresentano la verità assoluta per i bambini che frequentano la scuola.

Valeva la pena che sacrificassi l’ottimo rapporto con mia figlia per una battaglia già persa in partenza, oltre tutto ogni volta con uno spreco di energia da parte mia e sua? Anche nelle lettere che ci arrivano per la rubrica L’esperto risponde, leggo la stessa mortificazione in alcuni genitori, che, come me, credono in una corretta alimentazione e pensano di poter far partecipi i loro figli, anche se piccoli, della stessa convinzione.

Lo spuntino di mezza mattina rappresenta una pausa tra i due pasti principali, la prima colazione e il pranzo, e ha lo scopo di fornire una piccola quota di calorie, circa il 10% di quelle previste nella giornata. Dovrebbe essere basato prevalentemente su carboidrati, in modo da rappresentare un rifornimento di energia pronta che aiuta i bambini ad arrivare al pranzo con facilità. Non deve essere abbondante e non deve contenere troppi grassi, che impegnano a lungo nella digestione, col risultato contrario di ridurre l’attenzione ed annullare il giusto appetito a pranzo.

Io decisi di aggirare l’ostacolo e proporre alla maestra di mia figlia un menù per la settimana che fosse seguito da tutti i bambini, fatto di spuntini buoni e salutari, lasciando la possibilità della scelta libera in un giorno. Non contenta estesi l’iniziativa all’intera scuola elementare coinvolgendo il direttore e le maestre più sensibili.

La resistenza maggiore era rappresentata dalla osservazione che molti bambini non gradivano ciò che proponevo (yogurt, frutta, prodotti da forno, un piccolo panino con olio e pomodoro). A mio sostegno però c’era la “grammatica dell’educazione alimentare”: l’assaggio ripetuto e la condivisione in ambiente positivo di un alimento ne aumentano il gradimento. Questo vuol dire che molti alimenti non sono graditi dai bambini perché non sono abituati ad assaggiarli a casa o perché spesso si vergognano di mangiarli in classe per timore di essere derisi dai compagni (ciò che succede spesso con la frutta).

La partenza è stata difficile, lo ammetto! Ma, oggi, a distanza di 5 anni, la scuola, che ormai non è più di mia figlia, adotta ancora quel menù, con soddisfazione delle insegnanti e dei genitori! Non solo, a ben guardare, tante scuole attualmente si sono organizzate in questo senso.

Ma è possibile estendere questa iniziativa? Direi di sì. La comunità scolastica è l’ambiente giusto per condizionare le scelte alimentari dei bambini attraverso un esempio quotidiano e costante di buone pratiche. Per questo invito le mamme “attive” a farsi portavoce di questo modello nelle scuole dei loro figli. Questo eviterà uno spreco di energie nelle discussioni con i propri ragazzi, ma, soprattutto, creerà una coscienza collettiva che renda tutti corresponsabili della salute di tutti i bambini.

Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
marina cammisa