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Svezzamento

Alimentazione complementare: come introdurre cibi solidi

Bambina sorridente che mangia

Cos’è il divezzamento? È importante continuare ad allattare al seno? Che tipo di alimenti dare al bambino, come e quando? Sono le domande più frequenti che si fanno i genitori nel delicato passaggio dal latte al cibo solido. Domande a cui risponde una F.A.Q sulla corretta alimentazione ed educazione nutrizionale nella prima infanzia, realizzata dal ministero della Salute per dare a mamme e papà indicazioni semplici su come comportarsi nel momento in cui devono dare al loro figlio alimenti “complementari”, ovvero diversi dal latte, che non basta più per assicurare un pieno sviluppo. “Si deve iniziare con i cibi più facilmente digeribili e più completi dal punto di vista nutrizionale del bambino”, spiega il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professor Vania, innanzitutto una questione terminologica. Perché lo svezzamento o divezzamento andrebbe definito alimentazione complementare?
“Perché etimologicamente divezzamento significa ‘togliere un vizio’, quello del latte materno, ma il latte materno non è affatto un vizio. Formalmente è quindi più giusto chiamare questo periodo ‘alimentazione complementare’, in cui vengono introdotti altri alimenti a complemento, e non a sostituzione, del latte che, quando possibile, deve essere latte materno”.

Fino a quando si dovrebbe continuare ad allattare al seno?
“Sarebbe giusto continuare almeno fino all’anno di vita. Se poi la mamma è disponibile, il lavoro lo consente e continua a esserci il latte, è consigliabile allattare al seno anche oltre: il latte materno, infatti, aiuta a prevenire l’insorgere di allergie e intolleranze alimentari. Comunque, tra i 18 e i 24 mesi un bambino dovrebbe staccarsi naturalmente dal seno: questo è indice che ha avuto una corretta crescita psicomotoria e affettiva e che ha acquisito autonomia dalla madre”.

L’introduzione dei cibi solidi è spesso un momento critico per i genitori. Cosa evitare e come iniziare?
“Vanno evitate le grandi quantità di verdure a foglia verde, perché sono ricche di nitrati, che sono potenzialmente dannosi, così come sono assolutamente vietati il sale e gli zuccheri aggiunti. Per il resto, non è detto che si debba dare per forza delle pappe: l’importante è fare attenzione alle specificità nutrizionali del bambino, che sono differenti da quelle di un adulto. Si possono anche dare gli alimenti presenti sulla tavola dei grandi, purché siano preparati secondo le esigenze del bambino”.

La procedura e la tempistica sono le stesse anche per i bambini che non sono stati allattati al seno?
“Effettivamente di loro si parla poco e i genitori spesso non sanno che fare. Non ci sono sostanziali differenze, salvo il posticipare un po’ dopo i 6 mesi l’introduzione dell’alimentazione complementare, dal momento che le formule sono più ricche di proteine rispetto al latte materno. Ma dipende ovviamente da caso a caso, secondo il grado di sviluppo del bambino: alcuni crescono di più, altri sono più piccoli”.

Come comportarsi con i cibi allergizzanti come fragole, frutta secca, crostacei e molluschi?
“Non c’è più l’indicazione di evitare nei primi periodi gli alimenti considerati allergizzanti, soprattutto se il bambino è allattato al seno. Anzi, secondo alcuni studi, l’introduzione precoce di certi cibi ne favorisce la tolleranza. È vero però che crostacei e molluschi contengono più istamina e precursori dell’istamina, che possono generare reazioni pseudo-allergiche, soprattutto cutanee”.

E quand’è che il bambino può mangiare gli stessi piatti dei genitori?
“Gli stessi piatti – intesi con la stessa composizione, quindi anche con sale o con zucchero, e preparati nello stesso modo – andrebbero introdotti solo al termine del processo dell’alimentazione complementare, ovvero dopo i 2 anni”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
Vania