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Svezzamento

Autosvezzamento: sostenitori, scettici ed evidenze

Autosvezzamento

Nell’ultima decade le indicazioni mediche sull’alimentazione complementare o divezzamento, in termini di tempistiche, aspetti allergologici e porzioni, sono state notevolmente modificate. Negli ultimissimi anni, inoltre, ha acquisito notorietà un approccio alternativo all’alimentazione complementare che prende il nome di “autosvezzamento”, ovvero un divezzamento condotto dal bambino (dall’inglese “baby led weaning” o Blw). In sostanza, quando il bambino è in grado di stare seduto senza sostegno (intorno ai 6 mesi), mantenendo l’allattamento, può iniziare a partecipare alla mensa di famiglia assaggiando gli alimenti che può afferrare e portare alla bocca autonomamente (come è in grado di fare l’85% dei bambini di 6-7 mesi) iniziando da un pezzetto di zucca lessa o di banana fino a un rigatone o una strisciolina di carne.

Con questo articolo cercheremo di investigare quanto l’autosvezzamento sia davvero sostenibile, sano e vantaggioso per il bambino. Gli studi sull’argomento si stanno moltiplicando affrontando le varie tematiche correlate ad una scelta di questo tipo, tra le quali:

  • strutturare un rapporto sano con il cibo: sembra che le madri che scelgono l’autosvezzamento presentino un ridotto livello d’ansia rispetto a ciò che assume il bambino e al suo peso corporeo. Inoltre, le famiglie che praticano il Blw hanno una maggiore percentuale di pasti condivisi, che rappresentano un prezioso momento di comunicazione in cui il cibo serve solo a nutrire e non più a intrattenere. È pure evidente che la condivisione del cibo non sarà totale, ma funzionale alle capacità acquisite dal bambino. Secondo un’indagine, solo il 57% di ciò che è sulla tavola può poi, di fatto, essere assunto dal bambino in divezzamento ed è comunque necessaria una rivisitazione alla dieta abituale della famiglia, in particolare per ciò che riguarda la quantità di sale e le modalità di cottura.
  • rischio di carenza di ferro: particolarmente temuta proprio dopo i 5-6 mesi d’età, costituisce il motivo per cui si utilizzano cereali fortificati con ferro nell’alimentazione complementare classica. Nel caso del Blw, non utilizzandosi creme di cereali né omogeneizzati, vi è un maggiore pericolo di carenza di ferro, che dovrebbe tendere a ridursi dopo qualche mese nel momento in cui il bambino è in grado di masticare della carne che, seppure assunta in piccole quantità, contiene ferro ben più biodisponibile dei cereali (15,5% vs. 3%).
  • rischio di insufficiente apporto proteico-calorico: è possibile specialmente nelle prime fasi del Blw. Secondo un recente studio i bambini autosvezzati riescono a soddisfare i fabbisogni tra i 9 e gli 11 mesi di età in modo anche superiore a quelli divezzati in modo classico. Rimarrebbe pertanto una finestra di fragilità tra i 6 e gli 8 mesi (aumento di rischio di sottopeso) in particolare per bambini che hanno ritardo di coordinamento motorio (seppur lieve) o in eventuali fasi di malattia in cui l’assunzione spontanea viene ad essere compromessa. D’altro canto i bambini che attuano un’alimentazione complementare classica hanno un maggiore rischio di essere sovrappeso-obesi.
  • rischio di soffocamento: sembra che il 30% dei genitori che attuano il Blw sperimentano uno o più episodi in cui il bimbo “manda di traverso” un alimento (e uno dei maggiori responsabili pare essere la mela), comunque con un recupero spontaneo. Da ciò si evidenza la necessità di definire indicazioni sulla tipologia, la dimensione e la cottura degli alimenti offerti.
  • senso di fame o di sazietà: sebbene non vi sia ancora prova scientifica, si teorizza che attraverso il Blw il bambino sia in grado di evolvere una percezione più naturale ed efficace delle proprie esigenze nutritive, grazie proprio all’assenza di forzature o porzioni predefinite. Ciò dovrebbe nuovamente condurre ad una diminuzione del rischio di obesità e dei disturbi dell’alimentazione.
  • rispetto delle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità sul mantenere l’allattamento materno esclusivo fino ai 6 mesi e divezzare a partire da questa età: queste raccomandazioni vengono facilmente garantite nel caso dell’autosvezzamento che non può avere luogo precocemente nell’ovvio rispetto delle necessarie acquisizioni motorie del bambino.

Ciò detto, sicuramente la questione si presenta complessa e articolata, ma di sicuro interesse per evolvere una modalità di alimentazione complementare che diventi da un lato più naturale e rispettosa delle caratteristiche e delle necessità di ogni singolo bambino, ma, dall’altro, non esponga, soprattutto i più fragili, a inutili rischi. Auspicabilmente, nuovi e più ampi studi ci potranno consentire di definire una modalità che unisca le garanzie del vecchio alle grandi potenzialità del nuovo metodo.

Dott. Federico Mordenti
Medico Specialista in Scienza dell’Alimentazione
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