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Svezzamento

Svezzamento: istruzioni per l’uso

Feeding beautiful baby carrots with a yellow spoon

Serve ad offrire i primi elementi di autonomia al proprio piccolo, che volta si stacca dal seno materno e deve imparare ad interagire con il cucchiaino e gli alimenti solidi. Ma è anche l’inizio dell’educazione alimentare e dell’abitudine alla varietà dei sapori dei cibi. “Lo svezzamento si dovrebbe chiamare, correttamente, alimentazione complementare – afferma la pediatra Margherita Caroli, consulente dell’Unione europea, temporary advisor dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonché former president dell’European Childhood Obesity Group. – Infatti, i cibi solidi vanno a complementare il latte che il bambino assume”. Dunque il latte non deve essere sostituito, ma affiancato da altri alimenti, in un processo di cui anche i grandi devono rispettare la lentezza. Insomma, introdurre gradualmente nuovi alimenti e non scoraggiarsi se il piccolo sputa il cibo: “Il bambino, per succhiare il latte, deve portare la lingua in avanti – spiega Caroli –. Quando comincia a usare il cucchiaino, gli serve tempo per adattare i propri movimenti a questo nuovo strumento”.

Dottoressa Caroli, a che età è bene iniziare lo svezzamento e quanto tempo può o deve durare?
“In realtà, lo svezzamento si dovrebbe chiamare alimentazione complementare, perché i cibi solidi vanno a complementare il latte che il bambino assume. Per i tempi, teniamo presenti le indicazioni fornite dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui i cibi solidi vanno introdotti a partire dai 6 mesi compiuti. Infatti, fino a quell’età il latte copre tutti i bisogni nutrizionali, quindi l’introduzione di altri cibi squilibrerebbe un’assunzione alimentare già perfetta, inoltre la madre che allatta per più tempo è sottoposta a un minore rischio di cancro del seno. Quindi interrompere l’unione tra mamma e bambino che è l’allattamento, danneggerebbe non solo il bambino ma anche la madre. In seguito, l’allattamento può essere prolungato fino ai due anni. Continuare anche dopo i due anni potrebbe creare un eccessivo attaccamento del bambino alla mamma. Tra l’anno e mezzo e i due anni cominciano le guerre d’indipendenza da parte del bambino, che il genitore deve rispettare: il piccolo deve sviluppare la propria identità, e la mamma deve imparare a lasciarlo andare”. Certo attaccare saltuariamente al seno il piccolo per farlo addormentare o quando si fa male fino ai tre anni non crea problemi, ma gli stessi effetti si possono ottenere semplicemente coccolandolo fra le braccia.

Si tratta di un periodo delicato, dunque, anche perché il bambino muove i suoi primi passi verso l’autonomia. Come comportarsi?
“Si parla infatti di inizio dell’autonomia alimentare del bambino. Questa deve essere un’attività a due vie: la mamma deve insegnare al bambino ad essere autonomo, senza dimenticare la sua tenera età. È lei a decidere cosa fargli mangiare, mentre al bambino spetta decidere quanto mangiare, perché è lui a sapere quanta fame ha. La proporzione tra il latte e gli alimenti sarà invece indicata dai pediatri. I cibi solidi devono sostituire il latte molto lentamente, non c’è nessuna fretta”. Questo va sottolineato perché spesso le madri ( e le nonne) pensano che iniziare gli alimenti solidi sia una specie di corsa ad ostacoli dove il bambino che mangia più cose è quello più bravo o più forte.

Con quali alimenti iniziare? Quali invece vanno lasciati per ultimi?
“Iniziamo da una metafora: noi andiamo a scuola per circa 20 anni, da subito impariamo a leggere e a scrivere, ma poi l’incremento della difficoltà dell’apprendimento è molto lento. Allo stesso modo, gli alimenti più complessi possono aspettare. Non c’è motivo, ad esempio, di dare sin da subito le merendine, bisogna invece offrire cibi il più sani possibile. Questo non significa offrire alimenti non saporiti o non naturali: dobbiamo prendere insieme il meglio dei prodotti industriali e il meglio di quanto è disponibile nell’ambito familiare e locale. Ricordiamoci che i nuovi alimenti dovranno essere complementari al tipo di latte assunto: siccome il latte formulato, nonostante i tanti passi in avanti, non è uguale a quello materno, la complementarietà dipenderà dal tipo di latte che prende il bambino e su questo può consigliarci il pediatra. I bambini nutriti con latte materno sono già abituati a una certa varietà di sapori, quindi si può iniziare con una pappa di cereali vari, anche perché dopo i 6 mesi non c’è nessun problema a dare il glutine. Insieme, si possono dare del liofilizzato di carne e un po’ di frutta fresca grattugiata. I bambini allattati con formula, invece, hanno avuto a che fare sempre con un unico sapore. Si può iniziare con pappe di cereali vari, cambiando di volta in volta il tipo di verdure presenti nel brodo o nel sughetto in modo da cambiare il sapore e il gusto senza modificare il modo eccessivo gli apporti nutrizionali, seguiti da frutta fresca grattugiata nello stesso pasto. Tutte e due le tipologie di alimentazione devono includere circa un paio di cucchiaini di olio extra vergine di oliva, un alimento che in piccoli volumi presenta una buona quantità di calorie, che va quindi a soddisfare il fabbisogno energetico dei bambini. Inoltre l’olio extravergine è ricco di acido oleico, che è il più presente nel latte umano. Inglobato nelle membrane cellulari, rende le cellule più elastiche e resistenti ai danni dell’invecchiamento”.

Quali sono invece gli alimenti da evitare?
“Sicuramente il miele, perché i lattanti non hanno un’acidità gastrica molto sviluppata e, se nel miele è presente il botulino, questo può dare luogo a una malattia estremamente rischiosa. Inoltre il bambino si abituerebbe a un gusto eccessivamente dolce e correrebbe il rischio di sviluppare delle carie. Per lo stesso motivo, anche lo zucchero va bandito. Bisogna poi evitare il sale, perché i reni non sono ancora totalmente maturi e perché, nelle famiglie predisposte, può favorire lo sviluppo dell’ipertensione. In caso di necessità, va bene la frutta omogeneizzata ma bisognerà scegliere quella senza zucchero aggiunto. Tutti gli alimenti conservati che contengono sale o zucchero non vanno utilizzati”.

Questo periodo serve anche per gettare le basi dell’educazione alimentare del bambino: come abituarlo alla varietà dei sapori?
“Basta variare leggermente le proporzioni tra le verdure usate per il brodo e per il sugo e variare il tipo di pappe. In Italia ci sono circa 11 milioni di famiglie, e il sugo fatto dalla moglie non è mai come quello di mamma: la varietà non richiede molto sforzo…”

E se il bambino non vuole saperne di essere svezzato? Come fare?
“Bisogna innanzitutto capire se il rifiuto del bambino è reale o fittizio. Per succhiare il latte, il piccolo deve portare la lingua in avanti. Quando comincia a usare il cucchiaino, non sapendo come fare continua a spostare la lingua in avanti, per cui alla mamma sembra che stia sputando. In realtà al bambino serve solo un po’ di tempo per capire come comportarsi con il cucchiaino. Bisogna avere pazienza e comportarsi con un poco di saggezza, è un errore arrendersi al primo pianto. Inoltre, c’è un rifiuto del bambino che ci comunica che non vuole più di un certo cibo perché è sazio, e c’è un altro tipo di rifiuto che è quello del bambino che non vuole assaggiare i cibi. In quest’ultimo caso è meglio farsi aiutare da una persona meno coinvolta, come la nonna o il papà. Come ora del pasto, si può scegliere un momento in cui è presente anche il padre, che ha il dovere ma anche il diritto di condividere le responsabilità e gli aspetti piacevoli della vita del bambino. Il rifiuto va capito: può esserci a causa di un eccessivo attaccamento al seno materno, o perché, anche in modo inconscio, la mamma non vuole svezzare il bambino. Può esserci un’incapacità a capire che il bambino è sazio. È necessario prestare attenzione ai segnali e, quando questi non si capiscono, rivolgersi a un pediatra, che è interprete dei due diversi linguaggi tra bambino e mamma quando questi non si comprendono”.

Dott.ssa Margherita Caroli
Pediatra
Margherita Caroli