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Allattamento al seno e coccole rendono i bambini più svegli

L’allattamento al seno aumenta il quoziente intellettivo del neonato e fa bene anche alla mamma. Intervista doppia a Margherita Carol e Andrea Vania.

Allattamento al seno e coccole rendono i bambini più svegli

Fa bene alla salute, ma fa bene anche al cervello. Secondo una ricerca coordinata da Wieslaw Jedrychowski dell’Università Jagiellonian di Cracovia, in Polonia, pubblicata di recente sull’European journal of pediatrics, l’allattamento materno aumenta il quoziente intellettivo del bambino. I ricercatori polacchi hanno seguito per alcuni anni 468 bambini e misurato a più riprese il loro QI: è emerso che i bambini allattati al seno hanno abilità cognitive più alte e un QI proporzionato al numero di mesi in cui sono stati allattati. Ma quale ingrediente “magico” contiene il latte materno? Gli autori della ricerca non sono riusciti a dare una risposta. Lo chiediamo alla pediatra Margherita Caroli, consulente del Ministero della salute e dell’Unione europea, temporary advisor dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonché former president dell’ECOG, l’European Childhood Obesity Group.

Anche nella nostra rubrica L’esperto risponde, pediatri e nutrizionisti non si stancano di sottolineare come l’allattamento al seno, il latte materno siano fondamentali per lo sviluppo del bambino. Perché?

“In effetti, perché faccia così bene non lo sappiamo ancora. Del latte materno continuiamo a scoprire nuove proprietà e nuove sostanze che hanno benefici sulla salute del bambino. Ad esempio alcuni zuccheri modificano l’ambiente microbico intestinale e la ripartizione dei principi nutritivi aiuta a regolare il metabolismo di zuccheri, proteine, grassi e in particolare del colesterolo. Inoltre i bambini allattati al seno hanno meno probabilità di essere obesi prima dei sette anni e si ammalano di meno, soprattutto di malattie gastroenteriche. Ma non solo, perché nell’allattamento c’è un reciproco scambio che fa bene anche alla mamma: la percentuale di donne che sviluppa un cancro al seno è infatti negativamente correlata all’allattamento”.

E fino a quando deve durare l’allattamento al seno?

“Dal punto di vista nutrizionale, almeno fino a sei mesi, come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma dopo i sei mesi il latte va integrato. Nel secondo semestre di vita, il bisogno di alcuni nutrienti come il ferro e lo zinco non può più essere soddisfatto dal solo latte materno, che pur presenta una maggiore disponibilità di questi nutrienti, e di conseguenza è necessario iniziare la somministrazione di alimenti solidi. D’altronde è la stessa evoluzione del corpo che lo chiede: a quell’età crescono i dentini e il bambino impara a portarsi il cibo alla bocca”.

Secondo la ricerca di Wieslaw Jedrychowski, oltre ad assicurare una buona salute ai bambini, l’allattamento al seno aumenta anche il loro quoziente intellettivo. Come è possibile?

“Intanto occorre distinguere tra allattamento al seno e latte materno. Sono due cose diverse, solo nell’allattamento al seno c’è un rapporto fisico, di scambio, di riconoscimento reciproco tra madre e figlio. L’allattamento non è solo una questione nutrizionale, ma anche affettiva, che gioca un suo ruolo nello sviluppo cognitivo del bambino. Prenderei però con le pinze il rapporto diretto tra allattamento e quoziente intellettivo. Basti pensare che l’allattamento è più frequente nelle classi socio-economiche più avvantaggiate: il QI dipende allora solo dall’essere stati allattati o c’è anche un fattore sociale? Dal punto di vista nutrizionale comunque può essere che alcuni peptidi non vengano utilizzati per il loro contenuto in aminoacidi, ma abbiano un significato funzionale diventando neuropeptidi che creano migliori sinapsi tra i neuroni”.

Uno studio della Washington University School of Medicine di St. Louis, negli Stati Uniti, sostiene che l’amore materno rende i bambini più svegli. È così?

“L’affetto fa crescere quanto il cibo e con questo voglio spezzare una lancia a favore delle mamme che, magari perché impegnate con il lavoro, non possono allattare. L’affetto ha un valore incommensurabile e anche l’allattamento con il biberon può essere un gesto di dolcezza e amore. Voglio citare un esperimento del dodicesimo secolo fatto da Federico II di Svevia, che oltre a essere imperatore era anche uno scienziato. Federico II voleva scoprire se esiste una lingua che un bambino può istintivamente parlare senza che nessuno gliela insegni. Per questo prese venti bambini e li affidò ad altrettante nutrici, che avevano il compito di dar loro da mangiare, farli crescere, con il divieto assoluto, però, di parlare. Di questi bambini nessuno superò i due anni di vita”.

Insomma, le coccole rendono più intelligenti?

“Le coccole fanno bene allo sviluppo psicofisico del bambino. C’è anche una malattia, il cosiddetto ‘ospitalismo di Spitz’. Renè Spitz studiò la crescita di bambini ricoverati per molto tempo in ospedali o istituzionalizzati in orfanotrofi. Ebbene, la carenza di affetto determinata dall’assenza o dalla prolungata separazione dalla madre, provocava nei bambini una riduzione della crescita, una predisposizione alle malattie e di conseguenza un’elevata mortalità”.

Allattare al seno fa bene al neonato, al lattante e anche alla mamma: fino ai 6 mesi di vita dà al bambino tutti gli elementi per crescere forte e protegge la mamma dalle malattie. Sano e anche economico, l’allattamento al seno non è però così diffuso quanto dovrebbe, come evidenziato dal Position statement sull’allattamento al seno e uso del latte materno/umano sottoscritto dalle principali società pediatriche italiane. Se nei primissimi giorni di vita del neonato comincia ad allattare al seno oltre il 90% delle mamme, alla dimissione dall’ospedale la percentuale scende al 77%, a 4 mesi diventa il 31% e a 6 mesi si riduce a solamente il 10%. Le ragioni? Gran parte della colpa va a una normativa che non aiuta davvero le mamme che lavorano, come spiega con il professor Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e past president dell’ECOG, l’European childhood obesity group.

Professor Vania, perché il latte materno è indispensabile per la crescita del bambino?

“Perché, dal punto di vista della composizione, è il latte migliore per la quantità e la qualità delle proteine, degli acidi grassi e delle vitamine che contiene. C’è un terzo fattore ed è la funzionalità: il latte materno ha elementi che sono funzionalmente più validi per la crescita del bambino. Un esempio? Anche se non se ne parla mai, il latte materno è ricco di una sostanza tanto criticata in questo periodo, l’acido palmitico, un acido grasso che, nella posizione in cui si trova nei grassi del latte materno, è molto utile al bambino perché è facilmente assimilabile, ben digeribile e, grazie a queste caratteristiche, aiuta l’intestino ad evacuare meglio. Allattare al seno, inoltre, è assolutamente rispettoso dei bisogni nutrizionali del bambino: quando il neonato smette di succhiare vuol dire che è sazio, mentre con il biberon si tende sempre a farglielo finire, anche se non ce n’è motivo”.

Il latte di formula non può essere un valido sostituto?

“Le formule sono l’unico sostituto possibile in caso di mancanza di latte materno e attualmente sono il massimo ottenibile dal punto di vista tecnologico, nel senso che cercano di replicare gli effetti funzionali che il latte materno ha sulla crescita del bambino. Tra gli aspetti del latte materno che però non sono replicabili dalle formule c’è la dinamicità, cioè il cambiare composizione nel tempo. Il latte materno cambia dall’inizio del periodo di allattamento a quando si smette, verso gli 1-2 anni del bambino: alla nascita è estremamente ricco di proteine e povero di grassi, poi le proporzioni si invertono. Il latte materno cambia anche all’interno della giornata, dalla mattina alla sera, e cambia all’interno della singola poppata. Ma c’è anche un altro elemento del latte materno che manca alle formule”.

Quale?

“Nelle formule non sono ancora riproducibili, e forse non lo saranno mai, alcune funzioni protettive e immunitarie del latte materno: i linfociti, i globuli bianchi, gli anticorpi sono componenti che non si possono mettere in una formula e, inoltre, questi cambiano da mamma a mamma. Ma detto questo, ripeto, in mancanza di latte materno non c’è alternativa alle formule”.

Fino a quando bisognerebbe allattare?

“Se possibile, l’allattamento al seno esclusivo dovrebbe durare fino ai 6 mesi circa, quando è opportuno passare all’alimentazione complementare, introducendo nuovi cibi. Ma se la mamma ha ancora latte e l’allattamento fa bene al benessere della diade madre-figlio, è bene andare anche oltre. Questa diade, però, per la crescita del bambino e per lo sviluppo corretto del rapporto madre-figlio, a un certo punto deve interrompersi: un allattamento al seno prolungato non aiuta questo distacco, se vissuto come un mantenimento della dipendenza del bambino dalla mamma”.

Ma è vero che allattare al seno fa bene anche alla mamma?

“ Sicuramente sì. Secondo studi datati, ma ancora validi, allattare al seno protegge dal cancro alla mammella. Inoltre è un contraccettivo naturale, dal momento che riduce la fertilità nel periodo in cui si allatta. Contribuisce anche alla contrazione dell’utero e al ritorno in forma della mamma, perché aiuta a ritrovare il peso-forma. Ma solo se la mamma segue una corretta alimentazione”.

Allora perché secondo lei le mamme italiane smettono troppo presto di allattare, come denunciato nel Position statement sull’allattamento al seno?

“Innanzitutto credo che quei dati si riferiscano solo all’allattamento esclusivo al seno: se si include anche l’allattamento complementare probabilmente la percentuale di madri che allattano dopo i sei mesi è più alta. In ogni caso, le mamme smettono di allattare anche perché in Italia non hanno una protezione reale. Sì, c’è la legge 1204 del 1971 a tutela delle lavoratrici madri, ma vale solo per chi ha il posto fisso e non per chi ha un contratto a progetto, part-time o la partita Iva”.

In mancanza di una legge che tuteli davvero tutte le mamme, come si può riuscire a conciliare allattamento al seno e lavoro?

“Una possibilità per le mamme è quella di rivolgersi alle reti di supporto di donatrici volontarie. Ma anche noi pediatri potremmo fare di più, per esempio invitando sin dall’inizio le mamme che dovranno riprendere presto a lavorare e che hanno latte in abbondanza, a tirarlo e a congelarlo, visto che può resistere congelato anche fino a 6 mesi”.

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