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Pedagogia

Lasciar piangere il neonato finché non dorme: è potenzialmente traumatico

Sonno e cervello del bambino, risposte filogenetiche al pianto inascoltato: non lasciar piangere il neonato finché non si addormenta da solo.

Pubblicato il 20.03.2024 e aggiornato il 06.05.2024 Scrivi alla redazione

I neonati e i bambini piccoli non ragionano come gli adulti, il loro pensiero è diverso per struttura, articolazione, risposta cerebrale agli stimoli esterni ed espressione. Ci basti pensare che il bebè non comunica con il linguaggio verbale ma si esprime prevalentemente attraverso il pianto; crisi profonde di pianto seguono, in particolare, a bisogni e sensazioni sgradevoli che l’adulto eventualmente non coglie subito.

Sottovalutano l’evoluzione e lo sviluppo del bambino quei genitori, e in generale quegli adulti, che coscientemente decidono di lasciare piangere il neonato finché non smette o fino a quando non si addormenta: comportandosi in questo modo lasciano disattesa una richiesta di aiuto e lasciano il bambino da solo quando, invece, avrebbe bisogno di conforto.

Allo stesso modo è scorretto derubricare il pianto del bambino considerando il piccolo come capriccioso, un bimbo difficile o un piagnucolone. Il pianto è un sistema di allarme che si attiva in reazione all’emersione di un bisogno, è un S.O.S. a monte del quale vi è un motivo, una difficoltà o un malessere.

Pianto e sonno dei neonati

Il neonato che piange disperato nella culla, urla, si dimena e non si addormenta da solo è la fotografia di una situazione non inusuale, che tuttavia diventa gravosa quando il sonno del bebè intacca quello dell’adulto impegnato nella cura del neonato. Durante il giorno le mamme e i papà si dimostrano più propensi a spendere la loro pazienza nel cullare il piccolo, tenerlo in braccio anche addormentato e seguirne i cicli di veglia; di notte, al contrario, i genitori risentono di più della fatica e spesso della lunga deprivazione del sonno. Che fare?

Riflettiamo sull’immagine del genitore assonnato e stanco, impegnato al cullare e calmare il figlio agitato. Questa istantanea certamente ci restituisce una verità di partenza: il sonno è un bisogno fondamentale per tutti, per la mamma e il papà come per il bambino. Una prolungata deprivazione del sonno destabilizza e aggrava i genitori abbassando i livelli di concentrazione e attenzione, aumentando l’irritabilità e compromettendo, di conseguenza, tutte le prestazioni.

Bambini cullati, la prossimità fisica un modo per aiutare il buon sonno  - alimentazionebambini. It by coop
Bambini cullati, la prossimità fisica un modo per aiutare il buon sonno – alimentazionebambini.it by COOP

Perché i neonati si addormentano solo se cullati o in braccio e si svegliano spesso

A differenza degli adulti, i bambini devono imparare a dormire e in primis devono accettare di lasciarsi andare al sonno, l’abbandono e la perdita di controllo che ne deriva sono piccoli ostacoli con cui il cucciolo d’uomo piano piano si misura.

Inoltre, i bambini appena venuti al mondo sono estremamente sensibili agi stimoli esterni e rispondono ad essi in modo istintuale poiché ancora non hanno fatto esperienze di vita né hanno sviluppato il pensiero razionale.

Il sonno è un'esperienza che il neonato incomincia a fare nella relazione col corpo e con l'ambiente solo dopo la nascita. Un buon sonno richiede sicurezza, senza considerare che l'alta ricettività sensoriale espone il piccolino a risvegli frequenti spesso sollecitati anche dalla fame o dal bisogno di essere cambiato.

Per il bambino piccolissimo e piccolo contano fortemente le emozioni che si legano anche all’esperienza del sonno. In tal senso e con maggiore precisione, possiamo definire il sonno un’esperienza fortemente influenzata dalle risorse emotive.

Con riguardo alla primissima infanzia e sin dalla nascita, tutto ciò che avviene nel corso della vita di un bambino è qualcosa di nuovo; dal punto di vista cerebrale le novità, ovvero le nuove esperienze, vengono decodificate su un piano istintuale-emozionale perché nei neonati e nei bimbi piccolissimi prevale l’emisfero destro de cervello, quello deputato alla regolazione emotiva.

Lasciar piangere il neonato scatena in lui un bisogno neuro-funzionale di protezione - alimentazionebambini. It by coop
Come funziona il cervello del neonato in relazione al sonno – alimentazionebambini.it by COOP

È il cervello più arcaico a suggerire al neonato di essere al sicuro in braccio

Quando i genitori accompagnano fisicamente i figlioletti nel sonno, ovvero fanno sentire la loro prossimità col contatto, il cervello rettiliano dei neonati percepisce un senso di sicurezza che si massimizza quando il bebè è tra le braccia dei genitori e viene cullato.

Il cervello dei bambini cullati percepisce protezione: avverte, cioè, di essere accudito e tutelato da un genitore vigile e attivo, ovvero pronto a rispondere a ogni situazione di possibile pericolo.

Lasciar piangere il neonato scatena in lui un bisogno neuro-funzionale di protezione

Diversamente dal genitore che culla il bambino oppure lo tiene accanto a sé nella culla accostata al letto (che sia una culla co-sleeping o una Next 2 me), le mamme e i papà che decidono di lasciar piangere il bebè trascurano le reazioni del cervello emotivo e le sue dinamiche di sviluppo.

Agli occhi del bambino, l’adulto di riferimento rappresenta la sicurezza, il pianto è, quindi, un richiamo: con le urla, le lacrime e l’agitazione il bambino chiede protezione. L’assenza di una risposta protettiva si traduce in una profonda sensazione di dolore e il cervello primitivo gli suggerisce la percezione di uno stato di pericolo.

Il bimbo qui è paragonabile, per reazione emotiva e percezione degli stimoli esterni, ad un cucciolo di mammifero solo nella savana: userà il codice comunicativo del pianto e delle urla per richiamare a sé l’animale adulto-madre.

I training del sonno basati sul pianto del neonato (lasciato inascoltato) non sono efficaci

Lasciar piangere i bambini senza intervenire è come lasciare il cucciolo di leone solo in quella foresta sconosciuta e immensa. Le lacrime si trasformano il un allarme di pericolo che a sua volta si trasforma in impulso doloroso e fattivamente il bimbo percepirà tensione, affaticamento e male.

A chi dice che un simile metodo ha i suoi benefici semplicemente perché il bambino (dopo aver pianto disperatamente) si addormenta, bisogna chiarire che il sonno a cui il neonato arriva dopo aver pianto inascoltato non è né pacifico né riposante. In casi simili , infatti, i bambini si addormentano per sfinimento e questo sonno può essere equiparato alla finta morte con cui le prede tentano di mettersi in salvo in extremis quando sentono incombere il pericolo dell’aggressione da parte del predatore. Di nuovo torniamo a paragonare il bambino agli animali e lo facciamo a ragion veduta perché il cervello più antico, quello rettiliano e il sistema limbico si basano sulle stesse risposte istintive e ancestrali.

Il cervello del bebè che sta piangendo da molto tempo, da solo e inascoltato, attiva, quindi, una risposta ancestrale di protezione. Nello specifico attiva il nervo dorso-vagale che mette in collegamento il cervello con tutta la colonna vertebrale estendendosi nel corpo e fa sì che il bambino si addormenti per sopravvivere, per preservarsi e per smettere di provare dolore. Pertanto la risposta neuro-cerebrale alla solitudine di un pianto inascoltato è una risposta salvavita equiparabile a quella animale.

Tornando alla relazione tra emozioni e sonno, appare di evidenza che una simile esperienza di addormentamento sia potenzialmente traumatica e certamente dolorosa. Vale la pena considerare tecniche più delicate e rispondenti alle neuro-funzionalità dei piccolini nei primi mesi di vita.