Sviluppo psicofisico

Quando iniziano a parlare i bambini

Lo sviluppo del linguaggio infantile fa parte di un lungo processo di maturazione che conduce il bambino all’acquisizione di competenze e abilità motorie, cognitive, relazionali ed emotive. Lo sviluppo cognitivo e motorio viene suddiviso in “tappe dello sviluppo psicomotorio” ed è essenzialmente dipendente dalla maturazione del Sistema Nervoso Centrale. Da 0 a 6 anni il bambino passa progressivamente da una comunicazione non verbale (questa forma permarrà nel linguaggio anche dell’adulto) a una comunicazione verbale.

Quando iniziano a parlare i bambini

Lo sviluppo del linguaggio infantile fa parte di un lungo processo di maturazione che conduce il bambino all’acquisizione di competenze e abilità motorie, cognitive, relazionali ed emotive.
Lo sviluppo cognitivo e motorio viene suddiviso in “tappe dello sviluppo psicomotorio” ed è essenzialmente dipendente dalla maturazione del Sistema Nervoso Centrale.

Da 0 a 6 anni il bambino passa progressivamente da una comunicazione non verbale (questa forma permarrà nel linguaggio anche dell’adulto) a una comunicazione verbale.

Il linguaggio non verbale (o pre-verbale)

Il linguaggio non verbale è un linguaggio innato che consente di comunicare attraverso l’intelligenza dei “neuroni-specchio”, come è stato dimostrato. Questi neurono sono alla base della facoltà di intuire, interiorizzare e ripetere per imitazione il messaggio dell’altro.

Il bambino, attraverso un processo di imitazione dei suoni e dei movimenti dei genitori e dei care-giver, acquisisce espressioni facciali, intonazioni pre-verbali (prima della parola o della frase) sin dalla nascita.
Ricordiamo che la prima forma di comunicazione non verbale del bambino è il pianto, e solo con il tempo si arriverà alla produzione di un linguaggio elaborato.

Il mammese (motherese)

L’apprendimento del linguaggio si va man mano strutturando grazie agli stimoli provenienti dall’ambiente e grazie soprattutto al linguaggio materno: il mammese (dall’inglese motherise). Questo particolarissimo linguaggio scaturisce dall’imitazione che gli adulti che circondano il bambino, genitori, fratelli o sorelle, nonni, zii e persino il pediatra fanno dei suoni senza senso, quella specie di balbettio del bambino. Suoni inizialmente brevi e semplici ripetizioni che si riferiscono a fatti concreti (pa-ppa, pa-pà, ma-mma, no-nno, bau-bau) e solo più tardi nei mesi si arriverà a frasi più complesse e articolate.
Si tratta, in sostanza, del modo in cui gli adulti adattano il proprio linguaggio ai bambini. Non è solo un fatto di semplificazione: il mammese è una vera e propria lingua e comporta fra l’altro , il cambiamento del timbro dell’adulto che la usa. Di recente è stato anche scoperto che il timbro particolare che viene utilizzato dagli adulti che parlano in mammese ai bambini è universale, non varia cioè a seconda dell’etnia e della lingua dell’adulto

Quindi tra effetto specchio dei neuroni e rafforzamento del linguaggio attraverso il mammese, il bambino nel giro di pochi anni acquisisce spontaneamente la lingua a cui viene esposto, senza il bisogno di un insegnamento specifico.

Quali sono i primi segni del linguaggio di un bambino? Come avviene lo sviluppo linguistico? A quali età?

Tempi e modalità seguono percorsi variabili, anche se è possibile individuare una sequenza e una naturale cronologia di sviluppo.  Esistono molte trattazioni specialistiche che affrontano lo sviluppo del linguaggio, ma, per esempio, non esiste uniformità sul momento preciso in cui inizia la lallazione, ossia la produzione pre-linguistica dei lattanti a partire dal settimo mese caratterizzata da coppie di vocali e consonanti ben definite e toni diversi.

Lo sviluppo psicomotorio (e quindi del linguaggio) è come un arcobaleno in cui non si può definire esattamente dove il giallo diventa arancio e poi rosso etc., eppure i colori sono chiaramente distinguibili, nel complesso generale dell’arcobaleno.

È necessario precisare che lo sviluppo del linguaggio non può prescindere dalla relazione fisica, affettiva e poi intellettiva con la persona che si accudisce il bambino ogni giorno (come descritto da D. Winnicott, pediatra e psicoanalista)

  1. La relazione di contatto fisico: l’abbraccio è il primo passo per la costruzione di una efficace relazione emotiva con la madre, che nell’abbraccio contiene il figlio e definisce i limiti del suo stesso corpo.
  2. Il contatto visivo costante e intenso durante l’allattamento (al seno o al biberon) tenendo il bimbo in braccio, favorisce la costruzione della relazione emotiva e fisica con la madre e quindi con una persona differente dal bambino stesso. Le espressioni del volto della madre, le reazioni agli eventi esterni “presentano” il mondo esterno al bambino e rappresentano la base di quello che gli esperti chiamano il proto-linguaggio (una specie di prototipo del linguaggio verbale, cioè la lingua parlata).

Le tappe dello sviluppo del linguaggio

Guida per mamme apprensive per capire se il bambino sta imparando a parlare nei tempi previsti

Proviamo a dare una visione di insieme relativa alle tappe dello sviluppo del linguaggio, utile come indicazione, e rassicurazione, per le famiglie:

  • Dai 3 mesi il bambino è in grado di distinguere i suoni (non comprendere il significato) di diverse centinaia di parole del linguaggio parlato.
  • Dai 4 mesi il bambino inizia quella che si conosce come lallazione, che consiste nella produzione e ripetizione di sillabe, assolutamente casuale e senza significato. Si crea uno straordinario circolo tra bambino e adulto: per ogni bambino che ripete le prime sillabe (ma-pa-la-ga-ca) ci deve essere un adulto che rafforza i suoni ripetendoli a sua volta, gratificando il piccolo e attribuendogli significati che poi saranno condivisi da entrambi e costituiranno le prime parole (fonemi) di senso compiuto e soprattutto adeguato alla lingua parlata.
  • Dai 6 ai 9 mesi il bambino acquisisce la capacità di stare seduto autonomamente, inizia a raggiungere e afferrare goffamente un oggetto con cui giocare e inizia a svilupparsi il legame tra suono e significato delle parole.
  • Dal 9° mese in genere si realizza una tappa importante nel processo di acquisizione del linguaggio e della comunicazione: il raggiungimento della comunicazione intenzionale.  Il bambino comunicherà intenzionalmente tramite gesti e vocalizzi, in modo più stabile e regolare, con uno scopo ben preciso.  Impara a “leggere” le parole, i gesti e le espressioni del volto di chi si occupa di lui. La sua memoria s’incrementa e compare una nuova abilità nel ricordare le esperienze passate. La capacità di regolare ed esprimere le emozioni aumenta. Impara a mettersi in piedi da solo. Progressivamente inizia a rispondere a richieste semplici come fare “ciao” con la mano o “mandare” un bacio.
  • Dal 12° mese grazie alle interazioni del bambino con il mondo che lo circonda, la gestualità che ha appreso acquisisce un valore comunicativo ancora più forte e inizia a utilizzare i gesti per fare delle richieste o mostrare qualcosa agli adulti. Utilizza il dito per indicare (pointing) o richiedere un oggetto e spostare l’attenzione condivisa con un adulto, pronuncia 2-3 parole, ma comprende il senso di 70-200 parole!
  • A 15 mesi compaiono i gesti referenziali, il bambino non si limita ad indicare gli oggetti presenti nel suo mondo, ma lo rappresenta attraverso un simbolo (fare “ciao” con la manina, battere le mani, fare “no” con la testa). Tutto questo è ancora e sempre rinforzato dall’attività̀ di imitazione dell’adulto che a sua volta mima al bambino, fornendo una rassicurazione sulla validità̀ del suo linguaggio, dapprima muto, poi verbale e simbolico (“bau” per denominare il cane e “bam” per raccontare che è caduto un oggetto).
  • Dai 24 mesi generalmente il vocabolario comprende circa 100 parole e il bambino inizia a formare le prime frasi (con l’inserimento di due parole che sono in associazione logica tra loro, accompagnate da gesti indicativi e chiaramente simbolici).
  • Intorno ai 30-36 mesi avviene in genere la fioritura del vocabolario, con un progressivo aumento del numero delle parole in beve tempo e la produzione di frasi elementari di tre o più parole, e la combinazione semplice di queste in frasi tipo: pappa-buona.

Esiste una grande variabilità fra i bambini che condiziona le capacità linguistiche e lo sviluppo del linguaggio. Non sono solo fattori genetici (ereditari) o ma anche ambientali: la stimolazione da parte dei genitori, il grado di interazioni sociali con i nonni soprattutto se primo figlio o con sorelle o fratelli, il precoce inserimento a scuola, la presenza di bilinguismo in famiglia).

Di certo nessun bambino potrà mai trarre beneficio nello sviluppo del linguaggio se adopera telefonino o tablet, o se viene posto dinanzi alla TV.

Come posso aiutare il mio bambino a iniziare a parlare?

  • giocare: il genitore (o comunque chi si occupa del bimbo) deve sforzarsi di associare le parole agli oggetti o alle azioni, come un gioco, per favorire la assimilazione delle parole e delle descrizioni verbali delle azioni e degli oggetti di quotidiano utilizzate: come in un gioco! Usare semplici frasi: “adesso prendiamo i cubi, li mettiamo nel cesto”, “laviamo le mani con il sapone, ecco l’acqua fresca, ora asciughiamo”, “squilla il telefono, andiamo a rispondere”, “prendiamo la penna rossa”, “prendiamo il latte, mettiamolo nella tazza, ecco i biscotti buoni”.
  • Durante i primi 24 mesi del bimbo, approfittare di tutti i possibili momenti quotidiani legati alle sue routine (come il bagnetto o la pappa) per ripetere tutte quelle paroline associate a queste pratiche in modo che vostro figlio le memorizzi. Evitate di forzare il bambino a pronunciarle a sua volta: lo farà quando sarà “ispirato”, e supportatelo sempre senza correggerlo.
  • molto utili sono i libri illustrati o di fiabe per bambini, ai quali fare riferimento come supporto visivo per interagire indicando i disegni, e come supporto emotivo se la lettura ad alta voce diviene una “recita” cioè cambiando il tono della voce e le espressioni del volto con grande enfasi.
  • ascoltare senza sovrastare: saper ascoltare è come sempre fondamentale. Bisogna accogliere tutte le forme di comunicazioni del bambino. La difficoltà di espressione verbale non si accompagna necessariamente a difficoltà di comunicazione e socializzazione. Dobbiamo porci in relazione con il bambino senza sovrastarlo, senza anticiparlo, senza completare ogni sua frase o parola, senza sgridarlo, ma cercando di dare un’opportunità di conoscenza personale-umana e linguistica. Dobbiamo aspettare che il bambino si esprima “a modo suo”, che ciascuna parola sia pronunciata come vuole per poi ripeterla lentamente nel modo corretto, senza alzare la voce, guardandolo negli occhi, senza mai mortificarlo, per esempio costringendolo a ripeterla più e più volte!

È vero che le bambine sono più precoci dei maschietti?

Questa diffusa convinzione credo tragga origine dalla pubblicazione, negli ultimi 10 anni di studi che hanno mostrato che le bambine imparano a parlare prima dei bambini, non solo pronunciando più precocemente le prime parole, ma anche acquisendo più velocemente un ampio vocabolario.
Questi risultati non sono mai stati confermati, poiché è difficile, se non impossibile, separare il contributo genetico da quello ambientale che sono ugualmente coinvolti nello sviluppo del linguaggio. Le differenze che si possono inizialmente rilevare tra maschi e femmine, spesso non riguardano solo il linguaggio. Per esempio i maschietti acquisiscono migliori abilità motorie prima delle bambine sebbene queste differenze si equiparino nel corso dello sviluppo.
Chiunque ha più di un figlio avrà notato una differente tempistica e progressione nell’acquisizione delle varie tappe di sviluppo, del primo rispetto al secondo figlio e così via. Questo dimostra come non esista una regola assoluta, nemmeno tra figli degli stessi genitori!

Difficoltà di linguaggio: quando sottoporre il bambino all’attenzione di uno specialista?

Attenzione ai ricordi della nonna, o della vicina di casa. Mi capita spesso di sentire una nonna raccontare di come il figlio (in genere il primogenito!) dicesse “mamma” a 6 mesi e camminasse da solo a 7 mesi! Sono sempre intenerita da questi racconti, soprattutto perché ad ogni incontro in ambulatorio, la nonna arretra sempre un pochino l’età della prima parola pronunciata, chissà se un giorno sentirò una nonna raccontare di una parola a 3 mesi…

Prima di tutto facciamo noi stessi da soli una revisione delle competenze del nostro bambino, sia linguistiche che relazionali, prima di allarmarci.

Consideriamo le seguenti domande relative al bambino:

  • È interessato a quello che gli accade intorno?  Esplora lo spazio intorno a sé, si gira se sente una voce o rumore improvviso?  Condivide dei giochi?  Cerca gli altri bambini?
  • Ti sei mai chiesto se possa essere sordo? Risponde se lo chiami? Ti guarda negli occhi quando parli? Si gira verso la direzione di un suono o della voce?
  • Esegue richieste semplici? Per esempio: prendi la pallina, accendi la luce, chiudi la porta, etc.
  • Indica con il dito le cose che vuole? Se non riesce a farsi capire ti porta fin dove desidera?
  • Gioca a fare finta? Imita i gesti della vita quotidiana senza difficoltà?

Se queste domande hanno risposta negativa, è opportuna una valutazione pediatrica, che utilizzerà alcuni semplici test per esplorare le competenze del bambino, non solo quelle linguistiche ma anche quelle relazionali-sociali.

Se sarà necessario verranno coinvolti lo specialista logopedista che si occupa dei disturbi semplici del linguaggio, ossia dei bimbi cosiddetti parlatori tardivi. Per identificare un bambino come parlatore tardivo è necessario che siano soddisfatti questi criteri: la lallazione non compare entro il primo anno di vita, il numero di parole usate dal piccolo a 24 mesi è inferiore a 50, e , tra i 24 e i 36 mesi, il bimbo non combina ancora le parole fra loro.

Lo psicomotricista va consultato se il disturbo del linguaggio si accompagna a un’alterazione delle abilità motorie fini (che riguardano controllo e coordinazione di mani e piedi), e può coordinare il suo intervento insieme a quello del logopedista. Infine, nel caso di disturbi del linguaggio più importanti potrebbe essere necessaria la consulenza anche del neuropsichiatra infantile.

Bilinguismo nell’infanzia: cosa accade a un bambino che cresce in una famiglia bilingue (o trilingue)?

Diciamo subito che non cambia nulla nello sviluppo del linguaggio se il bambino è esposto a 2 lingue. Il timore che il bambino possa “confondersi” oppure fare più fatica a imparare 2 lingue contemporaneamente è infondato.
Ormai è dimostrato, che il bilinguismo non fa male e non confonde i bambini. Il cervello del bambino è, infatti, perfettamente capace di gestire due o più lingue contemporaneamente.
Sin dalla nascita (anzi in verità sin dalla gravidanza) il bambino è esposto a entrambe le lingue e queste sono parte di un unico sistema comunicativo e relazionale. Apprende le lingue come se fossero un unico linguaggio, proprio come il bambino monolingue, e può capitare che mescoli i termini delle lingue che conosce: 
I don’t voglio andare home”,
“io vreau la palla”,
“io voglio luaj

questa “interferenza linguistica” non è indicativa di confusione ma al contrario di controllo linguistico e cognitivo. La quantità di parole che utilizzerà da una lingua e o dall’altra dipenderà fortemente dalla prevalenza di utilizzo quotidiano dell’una o dell’altra, ma la quantità di parole totali che apprenderà sarà la medesima dei bambini monolingue.

È sempre bene che i genitori parlino” class=”textannotation”> al bimbo nella loro lingua madre, cioè bisogna favorire la relazione comunicativa utilizzando la lingua di cui ciascun genitore si sente più padrone.
Il processo di apprendimento del linguaggio parlato deve essere il più scorrevole possibile, ed è impensabile che io, che sono italiana, parli a mio figlio in nigeriano, solo perché vivendo in Nigeria mi sto sforzando di impararlo!
Il bambino deve essere esposto ad una lingua parlata correttamente e fluentemente, con un vocabolario ricco.
Sapevate che i bambini bilingue sviluppano una maggiore consapevolezza delle differenze con “l’altro” e hanno maggiore elasticità e flessibilità mentale?
Questo si spiegherebbe con il fatto che devono costantemente scegliere il tipo di codice linguistico da adottare se parlano con i coetanei a scuola, o a casa con la mamma o il papà.

Alcuni strumenti per aiutare e motivare i bambini possono essere:

  • favorire la frequenza di parenti e amici stranieri; 
  • favorire la partecipazione a gruppi di coetanei della lingua da imparare per giocare;
  • favorire la visione di cartoni animati in lingua originale
  • nella primissima infanzia cantare canzoni (tipo ninna nanna), leggere favole in una seconda lingua.

Con la supervisione di:

Pediatra Margherita Caroli ECOG SIO OMS

Dott.ssa Margherita Caroli Pediatra (past president ECOG, ex consiglio direttivo SIO)

Prof. Andrea Vania - Alimentazione bambini

Prof. Andrea Vania Pediatra (past president ECOG; consiglio direttivo SIO)

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