Il linguaggio del corpo dei bambini: come comprendere la comunicazione non verbale
Sono strumenti di comunicazione non verbale: pianto; gestualità; contatto visivo; postura; smorfie e sorrisi, come interpretare i segnali non verbali
L’essere umano è il mammifero più tardivamente autonomo tra tutti gli esseri viventi appartenenti a questa classificazione: si nutre per 6 mesi esclusivamente dal seno materno; muove i primi passi intorno ai 12 mesi ma necessita di tempo per raggiungere un equilibrio stabile; quando incomincia a parlare, intorno al ventiquattresimo mese di vita, le sue competenze linguistiche sono tutte in fieri. A fronte di ciò, è chiaro che al neonato e al bambino molto piccolo servono modalità comunicative non verbali.
Il linguaggio verbale non è la sola forma di comunicazione e interscambio con gli altri e col mondo, si comunica anche nel silenzio ed è proprio allora che parla il corpo: gli sguardi, i gesti, l’atteggiamento e la disposizione del corpo dei bambini nello spazio sono modalità fondamentali di comunicazione che precedono la capacità di parlare.
Fin dai primi giorni di vita, i neonati cercano di entrare in comunicazione con il mondo, utilizzano gesti, piangono, cercano il contatto oculare, sperimentano le primissime espressioni facciali e manifestano i propri bisogni attraverso gli atteggiamenti del corpo, come la postura.

Che differenza c’è tra il linguaggio non verbale e il linguaggio paraverbale?
Il linguaggio non verbale coinvolge tutti i segnali corporei (quindi fisici) che non hanno a che fare con le parole (non c’è verbalizzazione). Questi segnali sono: i gesti, le espressioni facciali, la postura, i movimenti del corpo, la ricerca del contatto oculare e gli sguardi, li accomuna il fatto di essere tutti significanti, ovvero di essere atteggiamenti con un senso-significato comunicativo che possiamo riconoscere.
Il linguaggio non verbale, quindi, si sostanzia in una comunicazione che avviene tramite il corpo, senza l’uso della parola.
Il linguaggio paraverbale, invece, ha a che fare con atteggiamenti vocali della comunicazione che, però, non sono le parole stesse. Questi atteggiamenti sono: il tono della voce, il volume, la velocità e il ritmo. A suo modo, anche il pianto del neonato ha degli aspetti paraverbali, inoltre si può percepire una differenza anche nei semplici suoni e vocalizzi che i bambini emettono.
Il linguaggio paraverbale, in sintesi, si sostanzia in una comunicazione che avviene attraverso suoni non corrispondenti a parole ma espressivi.
La comunicazione non verbale nei bambini
Il linguaggio del corpo nei bambini è il principale strumento di comunicazione. Pertanto, è prestando attenzione ai segnali del corpo che i genitori possono cogliere più efficacemente e tempestivamente i bisogni emotivi, fisici e psicologici dei figli.
Sono strumenti di comunicazione non verbale: il pianto; la gestualità; il contatto visivo; la postura; le smorfie e i sorrisi. Qui di seguito esaminiamo ad uno ad uno questi segnali non verbali:
Il pianto:
Il pianto è il primo sintomo di vita del neonato. Nell’ambito di una comunicazione non verbale, ma finalistica, quel pianto, urlato al mondo come espressione di esistenza in vita, porta con sé il carico della fatica del parto e lo “sconcerto” che il bambino vive nei molti cambiamenti a cui improvvisamente deve adattarsi (respirare, uscire dall’elemento liquido, accusare una variazione di temperatura, sentire il contatto con gli indumenti ed essere manipolato).
Sebbene il pianto possa sembrare sempre uguale a se stesso o simile da bambino a bambino, in realtà ogni pianto è tipico e caratterizzato da note soggettive. Ecco a cosa devono prestare attenzione i genitori:
- quando il pianto è acuto e inconsolabile è probabile che sia la risposta a uno stato doloroso o comunque ad un disagio;
- un pianto flebile, invece, può essere causato da stanchezza o fame. In particolare, il pianto da sonno è un suono sottile che, a tratti, si intensifica. Quando il bambino ha sonno in genere accompagna il pianto a una gestualità riconoscibile: sbadigli e sfregamento degli occhi.
Va prestata attenzione alla predisposizione all’irritabilità che può manifestarsi nelle fasi dell’addormentamento, chiariamo subito questo concetto: il sonno come bisogno implica nel bambino un abbandono, ovvero il piccolo deve lasciarsi andare per potersi effettivamente addormentare. Quando il neonato fatica a rilassarsi, ritardando così l’addormentamento, può sopraggiungere l’irritazione, più il piccolo si innervosisce, meno facile sarà farlo addormentare. Pertanto, in presenza di bambini facilmente irritabili al momento dell’addormentamento, sforzatevi di cogliere i primissimi segnali di stanchezza, stabilite una ordinata routine del sonno e immergete il bambino in un ambiente tranquillo: luci soffuse, silenzio o musica bassa e calma sono tutti facilitatori del riposo.
Il contatto visivo:
Il contatto visivo è fondamentale sin dai primi giorni di vita e durante l’allattamento segna la strada dell’intesa mamma-bambino, ciò vale sia in caso di allattamento al seno che artificiale: mentre il bambino viene nutrito va rivolto a lui lo sguardo e con esso l’attenzione, in questo modo il momento del pasto assume una valenza non solo nutritiva divenendo luogo di contatto e relazione.
Inizialmente le competenze visive del bambino sono limitate, mette a fuoco solo a pochi centimetri di distanza e la vista non è paragonabile a quella dell’adulto. Nei mesi svilupperà gradualmente la capacità di mettere a fuoco e fissare persone ed oggetti, svilupperà, poi, il cosiddetto sorriso sociale che accompagnerà la comparsa nel suo spazio visivo di persone e oggetti riconosciuti, familiari o affettivi. Con queste più mature competenze, già intorno al 6° mese di vita, l’evitamento dello sguardo, come contro-altare della ricerca del contatto visivo, può segnalare emozioni negative, disinteresse, paura o disagio.
La gestualità:
Le competenze gestuali dei neonati sono ancora limitate, i piccoli non sono ancora completamente padroni del loro corpo e della disposizione del movimento nello spazio. Tuttavia anche delle piccole mani che si aprono e si chiudono, che stringono e rilasciano sono gesti significativi.
Quando il bambino muove le mani in modo energico o le stringe forti in un pugno potrebbe trovarsi in una condizione di frustrazione. A volte questa reazione arriva davanti ai primi no: il bambino, piccolo esploratore, vuole muovere i suoi passi in un mondo del quale non coglie i pericoli e davanti al diniego dei genitori va in frustrazione, non sa parlare e libera il corpo per esprimersi.
Il gesto deittico, ovvero l’atto di indicare qualcosa, è ricco di intenzioni comunicative; un bimbo che indica cerca di attirare l’attenzione dell’adulto su ciò che lo ha colpito o che lui desidera e facendolo coinvolge, altresì, l’adulto nel proprio mondo di interessi e desideri.
La postura rigida o rilassata:
La postura del corpo di un bambino è un segnale emotivo capace di svelare lo stato emozionale in un determinato momento. Un bambino rigido e contratto può trovarsi in uno stato di ansia, tensione emotiva e disagio, mentre una postura rilassata, morbidezza degli arti, affidamento del corpo all’abbraccio dell’adulto, indicano sicurezza e comfort. Questo aspetto peculiare della comunicazione non verbale è determinante per cogliere come il bambino si sta adattando in ambienti esterni alla famiglia, per esempio, è un indicatore importante durante l’inserimento nel nido d’infanzia.
Le smorfie:
Le smorfie o le espressioni facciali tese possono avere molti significati, vanno contestualizzate e non sono mai casuali: se arrivano dopo l’assaggio di un nuovo alimento, per esempio, possono indicare disgusto; se arrivano all’ingresso nella sala d’attesa del pediatra, invece, possono essere indicative di disagio o paura; spesso accompagnano il momento dell’evacuazione delle feci e si traducono in un semplice: “Sto facendo la popò!”

Perché il linguaggio del corpo è fondamentale nei primi anni di vita?
Conclusioni: Il linguaggio del corpo dei bambini merita tutta l’attenzione dell’adulto perché rappresenta lo spazio espressivo dell’infante fino a quando non sviluppa la capacità linguistica. In quanto canale di espressione dei bisogni del bambino, la comunicazione non verbale svolge un ruolo chiave nello sviluppo dell’intelligenza emotiva: se compresa dall’adulto, il bambino percepirà le sue emozioni come fisiologiche, ammesse e giuste e imparerà ad accettarle e comprenderle.
Un bambino cresciuto da un adulto responsivo e comprensivo avrà anche una migliore autostima e sarà un esploratore del mondo più sicuro di sé stesso.